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Il dato rilanciato recentemente dall’Istat nel Rapporto 2016 è di quelli che fanno riflettere: nel 2016 in Italia le “famiglie unipersonali” sono diventate il 31,1% sul totale delle famiglie. Si tratta di 7.667.305 persone che dichiarano di vivere da sole. La parola “single”, spesso usata per commentare questo dato, è sicuramente fuorviante, perché rimanda, nell’immaginario collettivo, alla condizione di persone giovani o adulte, che si trovano a vivere da sole per scelta o per necessità;, invece, tra questi oltre sette milioni, poco meno della metà sono anziani, un quarto è sotto i 45 anni, e poco meno del 30% ha tra i 45 e i 64 anni.
Le famiglie unipersonali di non anziani (sotto i 65 anni), sono cresciute in modo molto rilevante negli ultimi anni - quindi il fenomeno va seguito con attenzione. Però occorre comunque una certa cautela: è vero che le persone che vivono “da single” sono quasi un terzo delle famiglie, ma rispetto alla popolazione totale sono “solo” il 12,6% (circa 60 milioni in totale, al 1 gennaio 2016). In effetti in una famiglia unipersonale ci vive una sola persona, mentre nelle altre famiglie bisogna contare la coppia (e siamo a due), i figli (e siamo a tre, magari quattro, meno frequentemente cinque…). Confrontare la percentuale di famiglie con un solo membro rispetto alle famiglie composte da più persone è quindi in parte ingannevole, e rischia di sovradimensionare il fenomeno. In ogni caso, più di una persona su dieci vive da sola, nel nostro Paese, e metà di queste persone ha meno di 65 anni. E non è un dato da poco.
Se risaliamo al 1971, le persone sole erano appena il 12,9% delle famiglie, ma negli anni successivi la percentuale è cresciuta con una notevole regolarità, aumentando di cinque/sei punti percentuali ogni dieci anni. Così, al 2011 la percentuale è salita al 29,4%, per arrivare al già ricordato 31,1% del 2016. L’incremento si osserva su tutto il territorio italiano, ma i differenziali territoriali sono molto alti. A livello regionale, all’estremo più alto troviamo la Liguria, che ha il 40,2% di famiglie unipersonali (è anche una delle regioni con la più alta percentuale di anziani, peraltro), mentre il valore più basso viene rilevato in Puglia (25,8%). Tra la prima e l’ultima regione la variazione è di quasi il 15%, a segnalare forti differenze geografiche nelle strutture familiari in generale e soprattutto nello specifico della famiglia unipersonale.
Da ultimo, a livello internazionale il nostro Paese si colloca in una posizione intermedia, e anche tra le varie nazioni si riscontrano forti differenziali, ancora più netti di quelli rilevati tra le regioni italiane. In particolare il valore più alto è rilevato in Norvegia (39,3% di single sul totale delle famiglie), mentre il dato più basso è quello di Cipro (inferiore al 20%) e del Portogallo (di poco superiore al 20%). Si riscontra anche un’evidente correlazione tra la tradizione cattolica del popolo e una bassa presenza di famiglie unipersonali: Polonia, Irlanda, Slovacchia, pur non essendo nazioni mediterranee, presentano una percentuale ridotta di persone che vivono da sole. La scelta di vivere da soli, peraltro, sembra connessa anche al grado di “modernizzazione culturale” dei contesti nazionali, si potrebbe dire al livello di “liquidità” dei legami sociali, per usare una metafora cara al sociologo Baumann.
Una riflessione più organica sul tema verrà pubblicata sui numeri di aprile e maggio del mensile Vita Pastorale (www.vitapastorale.it).



