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Tiziana Alla, 61 anni, prima donna a condurre una telecronaca Rai ai Mondiali di calcio, qui con l'ex portiere Stefano Sorrentino.
Il video come forma inconfessata di esibizionismo, le donne nel pallone equamente ripartite tra gli estremi dell’antitesi pin-up-maschiaccio, il calcio come roba, sotto sotto, ancora da uomini. Stereotipi duri a morire che si dissolvono nell’iridescenza effimera di una bolla di sapone, incontrando Tiziana Alla, la prima donna a condurre una telecronaca, per la Rai, ai Mondiali maschili di calcio, conclusi oltre un mese fa.
Il suo stile garbato e professionale ai microfoni ha suscitato più apprezzamenti che critiche anche sui social, qualcuno stanco di telecronache sguaiate, l’ha associata, con favore, alla misura, all’educazione d’altri tempi di Bruno Pizzul e Nando Martellini.
Una scelta stilistica o semplicemente si lavora come si è?
«Direi di più la seconda: sono così, non mi piace urlare, mi mette un po’ a disagio l’attenzione. Ovviamente uno stile divide sempre, può piacere o non piacere, ma mi ha un po’ sorpresa scoprire dai riscontri che ancora così tante persone apprezzano telecronache sobrie e pacate. Mi ha fatto piacere».


Il 22 agosto comincia il Campionato. Pur tenendo conto del calciomercato aperto, che cosa si intravede?
«Un mercato molto aperto è segno che la Serie A fatica ad attrarre nomi di primo piano al massimo della carriera. Se guardiamo l’insieme, con le difficoltà della Federazione viste in estate nella selezione dello staff dell’Italia, ci rendiamo conto che Campionato e Nazionale riflettono la salute dell’intero movimento: se uno non sta bene anche l’altra soffre. Detto questo, mi pare che l’Inter sia la squadra più strutturata, quella con la prospettiva più lunga, e quindi ancora favorita perché un gradino sopra le altre».
Nonostante questo, non è riuscita a convincere Marco Palestra, che ha optato a 21 anni per il Chelsea e la Premier League. Scelta azzardata o coraggiosa?
«Molto dipenderà da quanto spazio riuscirà a trovare in campo. Se avesse accettato la corte dell’Inter avrebbe sicuramente fatto esperienza giocando molto ad alto livello, gli auguro di poterne fare altrettanta in Premier League perché è così che si cresce».
La crisi della Serie A è di competitività economica o anche strutturale?
«L’aspetto economico c’è, ma non solo quello, anche perché non mancano ormai in Serie A i fondi di investimento internazionali, si pensi al Como: io credo che ci sia una crisi anche di progettualità».
Quasi la metà delle squadre inizia il Campionato con un nuovo allenatore, che indicatore è?
«Di poca pazienza: progetto è parola abusata nel calcio, tutti ne parlano, ma un progetto per essere davvero tale ha bisogno di tempo e di una visione di lungo periodo, altrimenti è solo un’idea che, vivendo solo nel presente, si cambia affidandosi all’estro del momento. Ma temo che questo non sia un problema del calcio ma del Paese, come la difficoltà di dare spazio ai giovani».
Inter a parte, quali squadre dobbiamo tenere d’occhio?
«A parte il Como, Milan e Juventus non sono al livello dell’Inter ma sono sempre Milan e Juventus, poi la Roma che lo scorso anno Giampiero Gasperini ha portato a un risultato oltre le attese, se ottiene le tre pedine che chiede da un anno (il tormentone dei trequartisti, ndr), avrà modo di dire la sua. Poi c’è il Napoli, che ha bisogno di mettere un po’ di ordine: ha una rosa molto ampia, deve cedere qualcuno prima di fare acquisti mirati. Massimiliano Allegri, però, è uno bravo a far rendere le sue squadre con quello che c’è. E poi c’è l’Atalanta, che dopo il passaggio di Gasperini alla Roma, con Maurizio Sarri può tornare a proporre il modello Atalanta, infine direi la Fiorentina che ha fatto un ottimo mercato».


Quali giocatori suggerirebbe di tenere d’occhio?
«Nico Paz del Como, potrebbe essere l’anno della sua consacrazione. Sono curiosa di vedere se Donyell Malen della Roma riuscirà a confermarsi e mantenere la mostruosa media gol del 2025-26 (0,87 reti a partita, ndr). Mi aspetto che Kenan Yildiz diventi definitivamente il punto di riferimento della Juventus. Tra i giovani nuovi ci sono grandi aspettative sul bosniaco Kerim Alajbegovic, che abbiamo visto al Mondiale, acquistato dalla Juventus, e aggiungerei Franco Mastantuono, italiano d’Argentina, acquistato dalla Fiorentina».
Il 2026 ha portato via Osvaldo Bagnoli, l’ultimo a portare allo scudetto una piccola, il Verona, nel 1985: un tempo perduto per sempre?
«Temo di sì, negli ultimi dieci anni nessuna piccola neanche nelle altre Leghe è riuscita ad affermarsi, la forbice si è allargata. L’ultima è stata undici anni fa il Leicester di Claudio Ranieri».
Se n’è andato anche Franco Baresi, un simbolo per il modo di intendere il ruolo di capitano e per la fedeltà alla maglia. Che cosa lascia?
«Spero che il racconto del campione e dell’uomo che è stato sia l’occasione per i giovani di vedere che è esistito un calcio in cui l’appartenenza aveva un forte valore e che c’è un modo di essere campioni che va oltre il campo, io credo che il calcio debba vivere anche di questi esempi».
I giovani sono attratti da altri sport, il calcio ne è consapevole o si fida del proprio monopolio?
«Penso che lo sappia, ma che anche sia convinto che il calcio nella sua semplicità resti lo sport più popolare. È vero che oggi vive una crisi di risultati, ma penso che quando arriveranno quelli, i ragazzi torneranno. Lo dimostra il tennis, ci si appassiona quando si vince».
Tennis, pallavolo femminile, calcio spagnolo, dicono che non sono figli del caso. Avrebbe senso prendere spunto?
«Non è vietato guardare in casa d’altri e “copiare”, a patto di non limitarsi a quello, perché vorrebbe dire essere già indietro se ci si fermasse a replicare modelli che altri hanno applicato dieci anni fa. Detto questo, avrebbe senso, sì, studiare il modello spagnolo che ha portato Nazionale maschile e femminile al vertice mondiale e riesce a crescere talenti senza bruciarli».




