Nel cuore di agosto, mentre tutta l'Italia era alle prese con i preparativi di Ferragosto, un fascicolo burocratico apparentemente minore — il trasferimento di una richiedente asilo somala di 22 anni dalla Germania all'Italia, previsto per il 19 agosto — si è trasformato nell'ennesimo terreno di scontro tra Roma e Berlino. Il Viminale ha fatto sapere che avrebbe bloccato la procedura; dalla Germania sono arrivate solo dichiarazioni di circostanza sulla stretta collaborazione tra i due governi.

Dietro quel singolo caso si nasconde però un dossier molto più ampio, che intreccia la crisi migratoria esplosa a Ceuta a fine luglio, il naufragio pratico, da quasi quattro anni, degli accordi di Dublino, e l'entrata in vigore, il 12 giugno scorso, del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Un dossier che riporta a galla la frattura più antica, e mai davvero ricomposta, dell'Unione europea: chi deve farsi carico di chi arriva.

Un sistema pensato per un'altra Europa

Il meccanismo che oggi chiamiamo "Dublino" nasce nel 1990, quando dodici Stati firmano a Dublino una convenzione entrata in vigore solo nel 1997. L'obiettivo era semplice sulla carta: evitare che un richiedente asilo potesse presentare domanda in più Paesi contemporaneamente, stabilendo una volta per tutte quale Stato debba esaminarla. Due i criteri fondamentali, rimasti sostanzialmente intatti fino a oggi: la competenza spetta al Paese dove vivono legalmente i familiari stretti del richiedente, oppure, in assenza di legami accertati, al primo Stato in cui il migrante mette piede nell'Unione. È quest'ultima clausola, il cosiddetto "criterio del primo ingresso", il vero nodo del sistema, perché scarica sui Paesi di frontiera meridionale, Italia, Grecia, Spagna in testa, il peso quasi integrale della gestione degli arrivi.

Il regolamento è stato aggiornato due volte, nel 2003 (Dublino II, criteri più stringenti sui minori e rafforzamento del principio dell'unità familiare) e nel 2013 (Dublino III, che consente a uno Stato di rifiutare un trasferimento se il Paese competente rischia di riservare al richiedente un trattamento disumano o degradante).

Ma l'impianto di fondo non è mai stato toccato nella sostanza, nonostante la platea dei firmatari sia passata dai dodici originari ai ventisette dell'Unione più Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein.

Il problema, denunciato da anni da giuristi ed esperti di migrazioni, è che quel sistema è stato disegnato immaginando flussi ordinati e condizioni omogenee tra Stati membri: un'ipotesi smentita dai grandi arrivi. La maggioranza dei richiedenti asilo che sbarca in Italia o Grecia non ha alcuna intenzione di fermarsi lì, e cerca, spesso senza farsi identificare, di raggiungere i Paesi del Nord Europa. Chi ci riesce e presenta domanda altrove viene, in teoria, rimandato al Paese di primo ingresso: un meccanismo che scontenta il richiedente e, insieme, lo Stato di frontiera costretto a riprendersi chi aveva già lasciato proseguire.

Ceuta, la miccia che ha riacceso l'Europa

È in questo contesto già teso che, tra fine luglio e i primi di agosto 2026, esplode la crisi di Ceuta. L'enclave spagnola in Nord Africa, circa 83mila abitanti, viene travolta da un'ondata di arrivi definita la più grave dal 2021, quando oltre diecimila persone avevano forzato le barriere. Il bilancio umano è pesantissimo: la Guardia Civil recupera oltre duecento corpi in sole ventiquattr'ore, portando a più di quaranta i migranti morti nelle acque di Ceuta dall'inizio dell'anno, la cifra più alta dal Tarajal del 2014. Madrid invia l'esercito, il premier Pedro Sánchez visita l'enclave, e un secondo tentativo di ingresso di massa, il 15 agosto, viene contenuto solo grazie al Marocco.

La risposta del governo Meloni è immediata: dal 1° agosto l'Italia sospende, per un mese rinnovabile, la libera circolazione Schengen verso la Spagna, ripristinando i controlli di frontiera. Palazzo Chigi cita il rischio di movimenti secondari verso l'Italia da parte di chi entra a Ceuta.

Madrid reagisce con durezza, definendo la scelta italiana inutile e dettata da calcoli elettorali; il braccio di ferro finisce sul tavolo dell'Unione, con ventidue Paesi — guidati da Italia e Danimarca, ma senza Francia e Portogallo — che chiedono e ottengono una riunione straordinaria dei ministri dell'Interno il 4 agosto, mentre la Commissione von der Leyen invoca una risposta europea unitaria senza sciogliere il nodo di fondo. Il caso Ceuta funziona così da detonatore, riportando al centro dell'agenda un tema che l'Unione aveva provato a ridisegnare pochi mesi prima.

Roma e Berlino, lo scontro sui "dublinanti"

Parallelamente si riaccende il fronte tedesco. Al centro ci sono i cosiddetti "dublinanti": i richiedenti asilo che, identificati in un primo Paese europeo, si spostano in un altro Stato membro presentando lì una nuova domanda, i cosiddetti movimenti secondari.

Il meccanismo, per funzionare, richiede che gli Stati di destinazione inoltrino le richieste di ripresa in carico e che quello di frontiera le accetti ed esegua i trasferimenti nei tempi previsti: un ingranaggio che, tra dicembre 2022 e fine 2025, si è di fatto inceppato, con l'Italia che ha rallentato drasticamente l'esecuzione dei rientri. In quel periodo sono state avanzate a Roma circa ottantamila richieste di presa in carico, a fronte di soli 17.605 trasferimenti realmente eseguiti nel quinquennio precedente (2018-2022).

Papa Leone nel suo ultimo viaggio apostolico in Spagna

Ad agosto 2026 lo scenario cambia. Complice l'entrata in applicazione, dal 12 giugno, del nuovo Regolamento sulla gestione dell'asilo e della migrazione (AMMR, che sostituisce Dublino III) e una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione, arrivata a marzo, secondo cui uno Stato competente non può liberarsi unilateralmente della responsabilità rifiutando i trasferimenti, cinque Paesi annunciano la ripresa dei rientri verso l'Italia: Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia. Berlino considera il corretto funzionamento del sistema una condizione imprescindibile del nuovo Patto; Berna ha già prenotato i primi voli, con trasferimenti attesi da fine agosto; Vienna ha già rimandato in Italia i primi richiedenti, avvalendosi di una novità pratica del nuovo regolamento che consente di eseguire il trasferimento anche solo fornendo un biglietto di trasporto pubblico al migrante che collabora.

Francia e Spagna, al contrario, non si uniscono per ora al fronte dei rimpatri: Parigi resta a guardare, Madrid preferisce i meccanismi di solidarietà del nuovo Patto, evitando mosse bilaterali.

Sulla ripresa pesa un'altra disputa, tutta interpretativa: secondo il governo italiano, il nuovo quadro normativo avrebbe azzerato, dal 12 giugno, la possibilità per la Germania di rivendicare la presa in carico dei movimenti secondari precedenti a quella data. Berlino non è d'accordo, e ha già chiesto all'Italia di riprendersi almeno tre persone arrivate prima del cambio di regole: è esattamente lo sfondo del caso della giovane somala bloccato dal Viminale.

Papa Leone nel suo ultimo viaggio apostolico in Spagna posa in mare una corona in memoria di tutti i migranti deceduti

Quanti sono tornati finora, quanti potrebbero arrivare

I numeri aiutano a misurare la posta in gioco. Secondo le stime Eurostat relative al 2025, l'Italia è il Paese dell'Unione che ha ricevuto più richieste di trasferimento in assoluto: 24.152, davanti a Germania (16.519) e Croazia (12.358). Lo squilibrio emerge però nella capacità di eseguire trasferimenti in uscita: l'Italia ne ha inviate agli altri Paesi solo 5.279, appena un quinto di quelle ricevute. All'estremo opposto la Germania, che ha inoltrato 35.933 richieste a fronte delle 16.519 ricevute, confermandosi il principale "esportatore" di dublinanti in Europa. Nel 2025, diciannove Paesi hanno ricevuto più richieste di quante ne abbiano inviate; otto, Germania in testa, hanno registrato il segno opposto.

Quanto ai rientri concretamente eseguiti: 17.605 trasferimenti tra il 2018 e il 2022, praticamente azzerati nei quattro anni successivi per il rallentamento italiano, e ora ripartiti — ma ancora con numeri singoli o di poche unità per Paese — grazie alle prime mosse di Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia. Sul fronte delle stime future, i dati Eurostat indicano in circa 24mila il totale dei dublinanti di cui l'Italia dovrebbe teoricamente farsi carico. Ma tra la richiesta di trasferimento e la sua effettiva esecuzione, come dimostra la storia recente, la distanza può essere enorme: dipende dalla disponibilità dei singoli governi ad applicare le regole, dall'esito del braccio di ferro interpretativo tra Roma e Berlino sulla data spartiacque del 12 giugno, e dalla tenuta stessa della cornice Schengen, messa sotto pressione dalla crisi di Ceuta.

Papa Leone nel suo ultimo viaggio apostolico in Spagna

Un Patto nuovo, vecchie fratture

Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo nasce proprio per superare i limiti di Dublino, introducendo meccanismi di solidarietà obbligatoria tra Stati membri, ricollocamenti, contributi finanziari o supporto operativo, a scelta di ciascun Paese, e procedure più rapide alle frontiere esterne. Ma l'estate 2026 dimostra che il cambio di regole, da solo, non basta a disinnescare una frattura politica più profonda. La crisi di Ceuta ha rimesso l'Italia nella scomoda posizione di Paese di frontiera che chiede solidarietà agli altri mentre, sul fronte dei dublinanti, si trova a essere il destinatario designato dei rientri da Nord Europa; la sospensione di Schengen con la Spagna ha mostrato quanto sia fragile, sotto pressione, anche l'architettura più identitaria dell'Unione, quella della libera circolazione.

Nelle prossime settimane si capirà se il nuovo Patto riuscirà davvero a distribuire il peso dell'accoglienza in modo più equo, oppure se, come già accaduto con Dublino, resterà un impianto elegante sulla carta e disatteso nei fatti, ostaggio degli stessi veti incrociati che per trent'anni hanno impedito all'Europa di darsi una vera politica comune sull'asilo.