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Per trentacinque anni la difterite sembrava essere diventata una malattia consegnata ai libri di storia della medicina. L'ultimo decesso in Italia risaliva al 1991. Poi, a Palermo, una bambina è morta dopo aver contratto quella stessa infezione che la vaccinazione ha contribuito a rendere quasi invisibile nel nostro Paese. La diagnosi dovrà essere definitivamente confermata dall'Istituto superiore di sanità, ma il caso ha già riacceso una domanda che pensavamo di non dover più porre: che cosa accade quando una malattia scompare dalla nostra memoria, ma non dal mondo?
La difterite non è stata eradicata. Continua a circolare e può tornare a colpire dove trova persone non protette. Per questo la vicenda di Palermo, più che il segnale di un'epidemia, può essere letta come un evento sentinella: un avvertimento sulla necessità di mantenere alte le coperture vaccinali e di non confondere la rarità di una malattia con la sua innocuità.
Nino Cartabellotta, medico specialista in Gastroenterologia e in Medicina Interna e presidente della Fondazione Gimbe, parte proprio da qui. E dal suo commento sul caso, nel quale ha richiamato anche la responsabilità di quei medici che sconsigliano le vaccinazioni e di chi certifica esenzioni senza una reale indicazione clinica. Ma precisa: «Il mio commento indicava responsabilità generali, non attribuiva quei comportamenti ai medici coinvolti nel caso di Palermo». E aggiunge un elemento decisivo: secondo le ricostruzioni disponibili, la pediatra della bambina avrebbe sospettato la difterite e raccomandato l'accesso immediato in ospedale.


Il caso siciliano diventa così qualcosa di più di una tragica vicenda di cronaca. Interroga il rapporto tra scienza e percezione del rischio, tra libertà individuale e responsabilità verso i figli, tra diritto alla salute e dovere delle istituzioni di prevenire malattie evitabili. E pone una domanda semplice quanto difficile: quanto della protezione conquistata grazie ai vaccini siamo disposti a dare per scontato?
Dottor Cartabellotta, partiamo dalla malattia: la difterite sembrava ormai appartenere alla memoria della medicina italiana. Che cosa significa, dal punto di vista epidemiologico e sanitario, che oggi una bambina possa morire di difterite in Italia e soprattutto, quanto è grave, per lei, il campanello d'allarme che arriva da Palermo?
«Una doverosa precisazione: la diagnosi di difterite deve ancora essere definitivamente confermata dall'Istituto Superiore di Sanità. Se lo sarà, il caso di Palermo sarà un evento sentinella molto grave, non il segnale di un'epidemia. La difterite non è eradicata: continua a circolare nel mondo e anche in Europa, dove nel 2023 sono stati documentati 216 casi. Finché il batterio circola, chi non è protetto può ammalarsi anche in un Paese dove la malattia è diventata eccezionale.
La difterite è una malattia grave: può causare ostruzione respiratoria, miocardite e complicanze neurologiche. Nei non vaccinati, senza trattamento adeguato, la letalità può arrivare intorno al 30%, soprattutto nei bambini piccoli. In tal senso, il quadro siciliano è molto preoccupante: la copertura a 24 mesi per l'esavalente è passata dall'89,2% nel 2020 all'85,1% nel 2024, con una temporanea risalita al 90,3% nel 2022. In soli due anni (2023 e 2024)sono stati persi 5,2 punti percentuali e nel 2024 la Sicilia era ultima tra Regioni e Province autonome, quasi dieci punti sotto l'obiettivo di copertura nazionale del 95%. Nessun allarmismo, ma un serio allarme sanitario: dobbiamo capire quanti bambini restano non protetti e perché il servizio sanitario non riesce a raggiungerli».


La storia siciliana sembra raccontare un paradosso: proprio perché una malattia è diventata rara grazie ai vaccini, rischiamo di dimenticarne la pericolosità, e l'utilità della vaccinazione. Quanto è pericoloso confondere la scomparsa della malattia con la sua scomparsa come rischio e che cosa succede quando una generazione non ha più memoria concreta di ciò che i vaccini hanno evitato?
«È uno dei grandi paradossi della prevenzione: i vaccini rischiano di diventare vittime del proprio successo. Prima della vaccinazione, in Italia si registravano ogni anno decine di migliaia di casi pediatrici di difterite e circa 1.500 morti. Adesso si è persa la memoria: l’ultimo decesso risale al 1991 e si trattava di una bambina non vaccinata. E quando una malattia scompare dall'esperienza quotidiana, diminuisce la percezione del rischio e crescono i timori verso il vaccino, anche se infondati. Ma eliminare una malattia da un Paese non significa eradicarla: se aumenta la quota di persone suscettibili, la trasmissione può ripartire.
Le generazioni più giovani non hanno visto bambini soffocare per la difterite o finire nel polmone d'acciaio per la poliomielite o sviluppare un'encefalite da morbillo. È una conquista straordinaria, ma può generare l'illusione che quelle malattie siano scomparse da sole. Non sono diventate rare perché erano innocue: sono diventate rare perché le abbiamo prevenute con i vaccini».
Lei nel suo commento social ha scritto: “Ci sono medici che sconsigliano di vaccinare. Ci sono medici che certificano l'esenzione dai vaccini senza controindicazioni documentate. Ci sono genitori che non rispettano gli obblighi vaccinali. Poi ci sono bambini che pagano le scelte degli adulti”. Quanto pesa oggi, secondo lei, la responsabilità dei medici nel fenomeno dell'esitazione vaccinale?
«Una puntualizzazione: il mio commento indicava responsabilità generali, non attribuiva quei comportamenti ai medici coinvolti nel caso di Palermo. Dalle ricostruzioni disponibili, anzi, la pediatra avrebbe sospettato la difterite e raccomandato l'accesso immediato in ospedale.
La responsabilità dei medici nell'esitazione vaccinale è rilevante, perché restano tra le fonti più autorevoli per le famiglie e una loro raccomandazione chiara aumenta l'adesione. Perciò sconsigliare una vaccinazione, in assenza di reali controindicazioni, o addirittura certificare esenzioni prive di una base clinica documentata significa usare l'autorevolezza professionale contro le evidenze scientifiche. In sanità la libertà professionale è indispensabile, ma non significa libera interpretazione e applicazione di evidenze scientifiche consolidate».


Nel caso di Palermo emerge anche un altro tema: la “paura” che i vaccini possano provocare l'autismo. Perché, nonostante decenni di evidenze scientifiche, alcune false correlazioni continuano a essere così persuasive? E soprattutto: abbiamo sbagliato qualcosa nel modo di comunicare la scienza ai genitori?
«Secondo le ricostruzioni giornalistiche, i genitori avrebbero temuto un legame tra vaccini e autismo sulla base dell'esperienza di un familiare; anche qui attendiamo la ricostruzione definitiva. Sul piano scientifico, invece, la risposta è certa: i vaccini non causano l'autismo. Tutto nasce dall'articolo del 1998 pubblicato su The Lancet poi ritirato per gravi irregolarità. Nel 2025 il Global Advisory Committee on Vaccine Safety dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ha nuovamente confermato l'assenza di un nesso causale tra vaccini e autismo, in linea con i grandi studi su centinaia di migliaia di bambini.
La falsa correlazione resiste perché i primi segni dell'autismo possono emergere negli stessi anni delle vaccinazioni e la vicinanza temporale viene scambiata per causalità. Inoltre, spesso l’esperienza individuale pesa emotivamente più delle statistiche su milioni di persone, mentre i social network, la sfiducia e la tendenza a dare più peso alle informazioni che confermano le proprie convinzioni amplificano informazioni già smentite dalla scienza.
Abbiamo sbagliato anche nel comunicare? In parte sì: abbiamo pensato che bastassero le evidenze scientifiche per convincere le persone a prendere automaticamente decisioni razionali. Ma la scienza non comunica da sola. Bisogna ascoltare i dubbi e spiegare con trasparenza benefici e rischi, senza mettere sullo stesso piano i rarissimi effetti indesiderati dei vaccini e i rischi di gran lunga maggiori delle malattie. Ma c'è un confine che la comunicazione scientifica non dovrebbe mai superare: il dubbio va ascoltato, ma una falsità scientificamente smentita non può essere presentata come un'opinione equivalente alle evidenze».
Qui entra in gioco un tema molto delicato: la libertà di scelta dei genitori. Un genitore può decidere per il proprio figlio di non sottoporlo a una vaccinazione obbligatoria sulla base di una convinzione personale?
«Dal punto di vista giuridico, no. Un genitore può materialmente rifiutare una vaccinazione obbligatoria, ma non esiste un diritto illimitato a farlo. In Italia dieci vaccinazioni, compresa quella contro la difterite, sono obbligatorie tra zero e sedici anni; le eccezioni riguardano l'immunizzazione acquisita dopo la malattia o specifiche controindicazioni cliniche documentate, secondo le indicazioni del Ministero della Salute. Quando un medico certifica un'esenzione senza una reale controindicazione per assecondare o alimentare convinzioni antiscientifiche dei genitori, non tutela la libertà di scelta: viene meno alla propria responsabilità professionale.
E oltre alla legge c'è una questione etica fondamentale: i figli non sono proprietà dei genitori. La responsabilità genitoriale si esercita nel loro interesse e incontra un limite quando una scelta espone i figli a un rischio grave e prevenibile sulla base di convinzioni prive di fondamento scientifico. La libertà individuale è un valore essenziale, ma esiste anche il diritto del bambino a essere protetto da una malattia prevenibile. Anche la Corte costituzionale, con la sentenza n. 5 del 2018, ha ritenuto legittimo il bilanciamento tra autodeterminazione, tutela del minore e salute collettiva».


Infine, guardando oltre il caso di Palermo: che cosa dovrebbe fare oggi il Servizio sanitario nazionale per evitare che la difterite, ma anche morbillo, pertosse e altre malattie prevenibili, tornino a diventare un problema? E siamo ancora in tempo?
«Siamo certamente in tempo, perché disponiamo di vaccini efficaci e sicuri. Ma bisogna agire prima che gli eventi sentinella diventino una serie di casi e le serie di casi diventino focolai. La priorità è recuperare le coperture, a partire dai territori più indietro, in particolare dalla Sicilia, fanalino di coda in Italia.
Le azioni sono ben note: convocazione attiva dei non vaccinati, integrazione tra centri vaccinali, pediatri di libera scelta e medici di famiglia, verifica della legittimità delle esenzioni e recupero degli inadempienti. Sono misure già previste dal Piano nazionale: vanno applicate davvero e in modo uniforme. Ma soprattutto serve un cambio di paradigma: non basta offrire il vaccino e attendere che le famiglie arrivino. Quando un bambino resta non vaccinato, il sistema dovrebbe sapere chi è, perché non è stato vaccinato e cosa è stato fatto per raggiungerlo. Bisogna individuare gli ostacoli specifici (sfiducia, disinformazione, difficoltà di accesso) e offrire interventi mirati.
Poi c'è la responsabilità politica. Non si può chiedere fiducia nei vaccini e contemporaneamente alimentare dubbi infondati, delegittimare gli obblighi vaccinali o addirittura ipotizzare nuove leggi per cancellarli. Quando l'antiscienza diventa una scorciatoia per il consenso elettorale, alimentare paure per raccogliere voti non è libertà di opinione: è solo irresponsabilità politica.
Se la diagnosi di Palermo sarà confermata, questa morte non potrà essere archiviata come una tragedia familiare. È un avvertimento per il Servizio sanitario nazionale: le malattie prevenibili non appartengono al passato. Appartengono al futuro ogni volta che smettiamo di prevenirle».






