“Quel giorno io e Melissa non saremmo volute andare a scuola ma avevamo il compito di educazione fisica ed era importante esserci. Quando siamo arrivate a Brindisi ho notato il cassonetto blu per la raccolta della carta che solitamente non era posizionato davanti alla scuola.
Siamo salite sul marciapiede: Melissa era al centro, io alla sua sinistra, Azzurra a destra. Parlavamo delle vacanze, saremmo volute andare al mare tutte e tre insieme per la prima volta. Dopo aver percorso alcuni metri all’improvviso è esplosa la bomba.
Ho sentito un fischio assordante, ho visto un’intesa luce arancione e sono rimasta stordita dopo aver preso una forte botta alle spalle che mi ha scaraventato a terra.
Ho provato a rialzami due, tre volte, le gambe mi tremavano. Ho visto Melissa alla mia destra: aveva il capo riverso sull’asfalto. Azzurra, invece, era più avanti, inginocchiata con lo sguardo perduto nel vuoto”.


Gli occhi neri e vispi di Selena emanano una luce intensa e particolare. Nel rievocare quegli attimi di terrore, in quel velo di profondo dolore per la perdita della sua cara amica Melissa, s’intravedono anche coraggio e speranza. I giorni del tormento e della sofferenza sembrano interminabili.
Eppure, la giovane diciassettenne di Mesagne che si è salvata miracolosamente, insieme ad altre sette studentesse e uno studente, nell’attentato all’Istituto Professionale “Morvillo-Falcone" di Brindisi, ha ritrovato dentro di sé una incredibile forza d’animo dopo aver attraversato il buio.
Quel tragico mattino del 19 maggio di un anno fa sembra non sia mai passato. Le ferite, non solo quelle fisiche, sono ancora troppo laceranti e fanno male. Giovani vite sconvolte, segnate forse per sempre.
L’esplosione devastante di un ordigno rudimentale, nascosto davanti alla scuola, azionato dalla mano omicida di Giovanni Vantaggiato, reo confesso, seminò terrore e sgomento colpendo vittime innocenti. Selena Greco si trovava lì, come sempre, per entrare in classe insieme all’amica del cuore e di banco, Melissa Bassi che poi avrebbe perso la vita.



La copertina del libro

A lei ha dedicato un libro scritto in pochi mesi dal titolo emblematico ‘I giorni dopo il tramonto’, il cui ricavato dalle vendite sarà devoluto in beneficienza. E’ un diario intriso di sentimenti, di ansie, paure, incertezze, sensazioni in cui accanto ai ricordi più belli affiorano i momenti terribili della strage e di tutto quello che ha portato via con sé.
“Melissa per me non era solo un’amica ma anche un punto di riferimento – dice Selena che porta ancora i segni delle ustioni -. Avevamo fatto insieme la Prima comunione nella chiesa di San Pio, poi c’eravamo perse di vista. Ci siamo ritrovate quando abbiamo cominciato a frequentare l’Istituto professionale, scegliendo il corso in servizi socio-sanitari.
Sin dal primo anno siamo state sedute nello stesso banco, cosa che ha contribuito a cementare la nostra amicizia, anche fuori dalla scuola. Condividevamo tutto, i nostri segreti, le nostre storie, la quotidianità di adolescenti.

Lei era una ragazza semplicemente stupenda, aveva una visione positiva della vita. Sorridente, affabile, simpatica, altruista. Era sempre disponibile a darmi dei consigli. Tra noi c’era anche una sana rivalità per prendere i voti più alti. Facevamo a gara, rispettandoci a vicenda. Eravamo le prime della classe.
La psicologia era la materia che ci piaceva di più. Non a caso, una volta terminate le superiori, pensavamo di iscriverci all’università e frequentare il corso di laurea in psicologia infantile, per stare un domani con i bambini, per aiutarli. Invece, il nostro sogno non potrà purtroppo realizzarsi”.

Il libro di Selena è una testimonianza forte, costellata da un racconto lucido, preciso e da riflessioni ricche di significato. “E’ attraverso i ricordi che una persona a te cara diventa indimenticabile – sottolinea Selena -. Quand’ero ricoverata in ospedale, nel reparto di chirurgia plastica, la psicologa che mi assisteva, la dottoressa Maria Rita Greco, aveva notato che ricordavo tutto nei minimi particolari di quella drammatica giornata. Mi diceva: prova a scrivere i tuoi pensieri. Così, è nata l’idea del libro.
Il titolo l’ho scelto dopo aver concluso l’ultimo capitolo. Le sofferenze fisiche e psicologiche non possono essere cancellate, ma ho voluto dare anche un messaggio di speranza a quelle persone che subiscono violenza, che hanno la vita segnata. Perché si può ricominciare, anche se non è facile specie quando vivi un’esperienza terrificante, sconvolgente e ti viene a mancare l’amica più cara. Per questo dopo il tramonto c’è la speranza di poter rivedere il sole, la luce in fondo al tunnel”.

Selena, che indossa una collanina dove è inciso il nome di Melissa, ricorda tutte le sequenze di quel tragico sabato di un anno fa. Erano partite in pullman da Mesagne, con loro c’erano anche Azzurra Camarda, le sorelle Veronica e Vanessa Capodieci, Sabrina Ribezzi e Aurora Radeglia rimaste ferite nell’attentato. Attimi tremendi, concitati in cui si stava consumando il dramma degli innocenti. Selena rivive gli angoscianti momenti seguiti all’esplosione: “Dopo lo scoppio pensavo si trattasse di un incidente stradale. Ho iniziato lentamente a vedere, mi sono strofinata gli occhi. Poi sono entrata a scuola e davanti all’ingresso ho visto anche Veronica e Vanessa Capodieci ferite. Ero avvolta dalle fiamme. I jeans erano bruciati, mi sono tolta la camicetta che stava prendendo fuoco. Le ustioni mi davano un dolore tremendo. La prima reazione è stata di guardarmi intorno, gridavo a Melissa e Azzurra di aiutarmi perché pensavo di essere stata ferita solo io. Ma anche loro erano tutte nere. Nessuno mi riconosceva, ho detto alle professoresse di soccorrere Melissa e Azzurra. Colava sangue dietro al mio orecchio. Ho chiamato la mamma, le ho detto di correre che era successo qualcosa di grave”.

Poi, la corsa contro il tempo verso l’ospedale. “Sono salita sull’ambulanza, stavo con Melissa. Io riuscivo ancora a reggermi in piedi. Melissa era sofferente, urlava. Mi ha guardato, le ho poggiato la mano sulla spalla e le ho detto di stare tranquilla, che ci avrebbero aiutate. Lei si è girata, e non mi ha parlato più. Avevo ustioni di secondo grado alla spalla, alla pancia, alle mani, alla gamba destra laterale e alla coscia sinistra mentre le ustioni di terzo grado avevano interessato il viso, il collo e la caviglia. E’ stato un calvario, anche se l’amore e l’affetto dei miei genitori mi hanno aiutato molto. Una scheggia della bomba si è conficcata dietro l’orecchio; mi è rimasta la cicatrice”.


Mentre Selena ci racconta le sue emozioni arriva in casa Azzurra Camarda, anch’essa ferita, che tra qualche mese compirà 18 anni. “Quando è esplosa la bomba sono finita a terra - sottolinea Azzurra -. Credevo di essere caduta da uno scooter, ho pensato che fosse un sogno. Di quello che è successo dopo non ricordo più nulla.
Sono stata ricoverata nel Centro Ustioni, mi hanno operata più volte. Per molti giorni comunicavo con mio madre che era dietro una vetrata della mia stanza attraverso un microfono. Le chiedevo in continuazione notizie sulle mie amiche Melissa e Selena. Ho riportato ustioni di secondo e terzo grado sul 49 per cento del corpo. Sono ancora scioccata e terrorizzata”.


Ragazze piene di vita, che hanno subito lesioni gravissime, anche sotto il profilo psicologico. Come Veronica Capodieci, la più grave di tutte, strappata letteralmente alla morte dopo essere stata sottoposta a innumerevoli interventi chirurgici a Pisa. Senza dimenticare Anna Canoci di Tuturano che ha perso quasi completamente l’udito, Sabrina Ribezzi e Aurora Radeglia che convivono con incubi e paure. Tra i feriti Alessandra Gigliola e Andrea Calò di Brindisi.


La morte di Melissa Bassi ha lasciato un vuoto incolmabile. Selena torna con la mente a quelle giornate di sofferenza: “Nel mio letto d’ospedale mi chiedevo dove fosse Melissa, anche se avevo intuito che le sue condizioni erano disperate. Seppi della sua morte dopo una settimana. Provai un’immensa tristezza e scoppiai a piangere.
Ripenso spesso all’attentato: non riesco a trovare una spiegazione logica di come la mente umana possa arrivare a tanto, programmare un attentato davanti ad una scuola è assurdo e inconcepibile. Credo nella giustizia, nella legalità. Sto seguendo tutte le udienze del processo. Vorrei solo una condanna giusta per quell’essere (Giovanni Vantaggiato, ndr), per ciò che ha fatto”.

Melissa, strappata alla vita nel fiore della giovinezza, rivive nella memoria e nel cuore di Selena, di tanti altri amici, di quanti l’hanno voluta bene. E il libro lascia una traccia indelebile della sua esistenza. “Lei è un esempio per tutti noi, per tanti giovani – afferma Selena con un pizzico di emozione -. Melissa è sempre nel mio cuore, me la sento vicina come se non fosse mai andata via. Non voglio pensare che non ci sia più. Quando sto con i suoi genitori, Rita e Massimo, che vado a trovare spesso mi sembra di rivederla. Nel libro ho citato spesso le sue frasi. Ne ricordo una in particolare quando diceva: “la felicità va ricercata prima in se stessi. Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, bisogna andare avanti, aiutando quelli che ci stanno accanto, coloro che sono in difficoltà. Così possiamo pensare al nostro bene”.



Nicola Lavacca

Le amiche di Melissa, Selena e Azzurra, la ricordano in una foto (foto di Nicola Lavacca)

Ricordo che ventiquattro ore dopo la bomba la cittadina di Mesagne era incredula e gonfia di dolore. La gente di Mesagne piangeva una ragazza morta, Melissa, e le sue amiche ferite. Una di loro, Veronica, in condizioni gravissime, al punto che si era sparsa anche la voce della sua morte in ospedale, poi smentita.

Ricordo il centro della cittadina invaso dai pulmini delle televisioni. Telecamere in piazza e anche nella Chiesa madre, dove la messa della tarda mattinata fu concelebrata da don Luigi Ciotti. Alla messa c'erano gli scout con le loro divise  e i gagliardetti, alcuni seduti attorno all'altare. Poi arrivò, quasi barcollante, schiantato dal dolore, Massimo Bassi, il padre di Melissa, che fu fatto accomodare in prima fila.

Ricordo le parole di don Ciotti nell'omelia. La frase più dura fu questa: “Meno bacetti ai santi e alla Madonna, più impegno, sporchiamoci le mani”. Frasi coraggiose, soprattutto perché promunciate in una chiesa del Sud, dove resta molto forte la devozione popolare. Quello di don Ciotti era un invito all'impegno, soprattutto per la legalità, pronunciato in ore nelle quali non era ancora chiaro il movente dell'attentato: gesto solitario o strategia terroristica?



Ricordo le parole di don Ciotti dopo la messa, in piazza, circondato dai giornalisti e dai collaboratori di Libera. Don Luigi era stato alla scuola di Brindisi colpita dalla bomba: “Ho visto la devastazione dell'esplosione, si voleva fare una strage. Mi sono chinato sui libri e i quaderni accartocciati e bruciacchiati. Ne ho sfogliato qualcuno. Vi ho trovato appunti che parlavano della Costituzione, di educazione alla legalità, dei diri tti di cittadinanza”.

Ricordo la scritta su uno striscione apparso fra le case nel centro di Mesagne: “Non si uccide così una bambina”. Melissa sembrava davvero, in quelle ore, la figlia e la sorella di tutti.

Ricordo gli striscioni dei ragazzi della Carovana antimafia, arrivata in Puglia proprio in quel fine settimana, con le scritte: “E adesso ammazzateci tutti”, “Saremo sempre uno in più di voi”, “Insieme e uniti”.

Ricordo la rabbia di Vania, una ragazza di Mesagne che entrò nella bella Libreria “Lettera 22” e cominciò a inverire contro certi articoli apparsi sui quotidiani, secondo i quali ogni mesagnese aveva un familiare legato alla malavita.

Ricordo la foto di Melissa, sorridente, appesa davanti alla chiesa alla vigilia del funerale. Le mamme passavano nella piazza, la guardavano e portandosi le dita alla bocca le soffiavano un bacio.



Roberto Zichittella

Una foto combo mostra il presunto autore dell'attentato di Brindisi Giovanni Vantaggiato e il fermoimmagine della telecamera di sorveglianza di un bar nel giorno dell'attentato. ANSA

Aveva uno yacht ormeggiato a Porto Cesareo, investiva azioni in borsa, comprava il gelato alle nipotine e nel tempo libero si esercitava in campagna miscelando esplosivi per costruire la bomba perfetta dopo aver consultato l’enciclopedia alla voce "nitrati".
Poi la mattina del 19 maggio 2012, dopo aver sistemato gli ordigni qualche ora prima, si è alzato, ha preso caffè e brioche al bar e si è diretto a Brindisi davanti alla scuola "Morvillo-Falcone".


Ha premuto il telecomando, ha aspettato pochi secondi, ha visto Melissa Bassi, 16 anni, morire dilaniata, le sue amiche Selena, Azzurra, Sabrina, Vanessa e Veronica sfregiate per sempre e poi se n’è tornato a casa con le mani in tasca. «È stato lì a godersi lo spettacolo. Se ne va quando è sicuro che la strage è stata compiuta», ha detto nella sua requisitoria il pubblico ministero Guglielmo Cataldi che ha chiesto la condanna all'ergastolo con isolamento diurno per tre anni.


Un anno fa, tra l’odore acre dell’esplosivo e mezza Italia a chiedersi se era tornata la mafia a mettere le bombe, Giovanni Vantaggiato, 68 anni, l’avevamo lasciato così. Disinvolto e impenetrabile. La mia, disse quando l’arrestarono, è stata «una forma di protesta». Poi silenzio.
Il bombarolo depresso, convinto di essere stato truffato due volte, dall’imprenditore Cosimo Parato e dai giudici di Brindisi che non gli avevano reso giustizia, è tornato a parlare qualche settimana fa al processo dove è imputato per strage terroristica. Un supplizio nel supplizio per i genitori di Melissa, Rita e Massimo, incrociare lo sguardo del carnefice reo confesso della propria figlia e sentirlo parlare, chiedere perdono addirittura.


Con l’aria compunta di padre pentito. «Ho figli pure io», ha detto in aula. Carnefice che ha chiesto la perizia psichiatrica per ottenere l’infermità mentale e intanto dal carcere dava istruzioni alla moglie Giuseppina su cosa fare in borsa con le azioni di famiglia e le ricordava di «far montare il radar sopra alla torretta» del loro yacht. E per ottenere i domiciliari s’era messo in testa di non mangiare fino a star male.
«Voglio diventare come quelli nei lager, voglio uscire di qui», ripeteva non sapendo di essere intercettato. E poi: «Fingerò incapacità, prenderò tutti in giro come ho già fatto durante il servizio militare». Mettere bombe o chiedere scusa per una strage per Vantaggiato è quasi uguale. Lo fa con una banalità disarmante. Beffarda quasi. «Mi dispiace tanto», ha detto ai genitori di Melissa Bassi, «io chiedo perdono alla vostra famiglia».


Subito dopo l’attentato e prima di essere arrestato, la vita di Vantaggiato è andata avanti come al solito. È andato a Porto Cesareo, ha sistemato le tendine colorate allo yacht per evitare che il sole rovinasse gli arredi in legno, ha messo in mare il motoscafo. 
«Non posso pensare che in questi venti giorni lui abbia mangiato con la sua famiglia, con i suoi figli», disse il padre di Melissa Bassi.
E invece sì. E avrebbe continuato a farlo. E a covare vendetta verso i giudici di Brindisi e il truffatore «che mi ha rovinato la vita».
«Il 19 maggio di un anno fa», ha detto il pm ricostruendo in aula le fasi dell'attentato, «era un giorno di primavera come lo è oggi. Queste ragazze erano scese dal pullman, si erano baciate sotto un tiepido sole di maggio. Le ho immaginate che parlavano della pettinatura, o di Facebook». Ad attenderle, invece, c’erano le ossessioni di un uomo che per la "roba" aveva deciso di fare una strage. La banalità del male, appunto.


Antonio Sanfrancesco