di Lorenzo Rossi

Varsavia è di nuovo epicentro di un sisma geopolitico. L’elezione di Karol Nawrocki alla presidenza della Repubblica non è solo un cambio di guardia ai vertici dello Stato. È il segnale inequivocabile che l’Europa dell’Est continua a essere il laboratorio politico più inquieto del Vecchio Continente. Nawrocki, conservatore duro, sovranista dichiarato, sostenitore dell’asse con Washington in chiave trumpiana, ha vinto. E la sua vittoria rischia di ridisegnare la mappa del potere in Polonia ben prima del 2027, quando sono previste le prossime elezioni legislative (ma non è detto che si arrivi alle elezioni anticipate). Donald Tusk, l’uomo che aveva fatto della Polonia una paladina dell’europeismo, è sull’orlo del tracollo. La sua coalizione di governo, la stessa che aveva restituito fiducia a Bruxelles, mostra le prime crepe profonde. Tusk chiederà un voto di fiducia il prossimo 11 giugno, ma la parola “implosione” è ormai sulla bocca di tutti gli analisti. Lunedì sera ha annunciato la sua volontà di «restare». Le sue parole suonano più come una difesa disperata che come un progetto politico.

Nel frattempo, Nawrocki tace. Ma il silenzio è strategia. Il suo entourage prepara il terreno per un cambio di paradigma. Come ha spiegato il politologo Robert Alberski, «il suo obiettivo è smantellare la maggioranza attuale e portare il Paese a nuove elezioni nel 2026». Non serve aspettare la metà di agosto, quando entrerà formalmente in carica: il processo è già in atto. Il malcontento fermenta anche dentro le file della maggioranza. Magdalena Biejat, vicepresidente del Senato e voce della sinistra, ha lanciato il suo monito: «Il risultato è un cartellino rosso per un governo che ha tradito le promesse su lavoro e diritti». La frattura tra le anime progressiste della coalizione e l’ala centrista di Tusk è ormai insanabile.

Dietro l’angolo, lo spettro di un’alleanza tra il PiS di Jaroslaw Kaczynski e l’estrema destra della Confederazione di Slawomir Mentzen prende forma. Kaczynski, veterano della politica post-comunista, sogna un “governo tecnico e apolitico” – che, tradotto, significa: un governo controllato dai suoi uomini, senza l’ingombro di mediazioni. È l’antico trucco del potere polacco: travestire l’autoritarismo da razionalità amministrativa. Non è un caso che molti osservatori evochino con crescente insistenza il “modello Orbán”. Come in Ungheria, anche in Polonia il nazionalismo si alimenta della frustrazione per un’Europa percepita distante, moralista, ipocrita. Le promesse di riforma della giustizia, di difesa dello Stato di diritto, di pieno allineamento con Bruxelles, sembrano ora svanire come neve al sole. L’entusiasmo europeista del dopo guerra in Ucraina si affloscia davanti a un nazionalismo che si è dimostrato, ancora una volta, vincente nelle urne. E proprio il sostegno a Kiev sarà uno dei banchi di prova del nuovo ordine polacco. Con Nawrocki al Quirinale di Varsavia e il PiS pronto a rientrare dalla finestra, la politica estera della Polonia potrebbe trasformarsi. Non più falco antirusso a tutti i costi, ma Paese in bilico tra l’atlantismo trumpiano e il populismo identitario.