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venerdì 26 febbraio 2021
 
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(AAVV)

«Tutti sulla stessa barca, ma non tutti uguali: Lazzaro è sempre più povero»

Fede e coronavirus. La Quaresima di quest’anno, davvero inedita, ci coglie in cammino verso il buio del Getsemani, la brutalità del Calvario, ma anche verso la luce che promana dalla Resurrezione dell’alba di Pasqua. “Nell'angoscia ho gridato al Signore; mi ha risposto, il Signore” (Salmo 118). Abbiamo voluto aprire un Diario della speranza e raccogliere le riflessioni di diversi personaggi, dal cardinale al prete di strada, dal monaco al vescovo, che ci accompagnano verso la Pasqua. A ognuno abbiamo posto proposto questa traccia di riflessione: «Cosa suggerisce, basandosi sull’Antico e Nuovo Testamento, sulla scorta del Magistero e della sua esperienza pastorale, ai familiari che hanno perso un loro caro, agli ammalati che stanno combattendo contro il virus, alle persone che hanno una paura profonda e paralizzante per sé, per i propri cari, per l’Italia?».

Il quarto contributo è di don Luigi Ciotti*

LA FEDE CI SPINGA A COMBATTERE TUTTI I VIRUS, A PARTIRE DALL'EGOISMO

Ce lo ha ricordato papa Francesco citando il Vangelo di Marco in una giornata di pioggia, da una piazza San Pietro per necessità deserta: siamo tutti nella stessa barca. Ed è proprio così: ci troviamo tutti in una situazione di pericolo, di morte incombente. Una situazione che anche per la fede costituisce una dura prova, un richiamo alla solidità e alla forza: più che mai, in questi giorni di tempesta, dobbiamo credere che il male non vincerà, che il Padreterno, come sempre è stato e come sempre sarà, volgerà il male in bene.

Ma dobbiamo pensare anche ai non credenti, a chi non ha avuto la grazia e la responsabilità della fede. Sì perché un’autentica fede – ha scritto sempre Francesco – è mossa anche dal desiderio profondo di cambiare il mondo. E il mondo è popolato da tante persone fragili, in difficoltà, senza casa né lavoro, che non hanno neanche la fede come sostegno. Persone ammassate su zattere o, peggio, aggrappate a tronchi d’albero, in balia della tempesta. E come non pensare, sviluppando la citazione evangelica, ai disperati che per fuggire da guerre e miserie hanno cercato di attraversare in questi anni il Mediterraneo su “carrette del mare”, vittime prima di trafficanti senza scrupoli e poi di tragici naufragi? Per non dire delle tante che – storia recente – arrivate in prossimità di un porto che significava salvezza e speranza, sono state respinte, rifiutate, lasciate languire per settimane al largo? Ci sono persone, in questo mondo, che da sempre vivono sotto la minaccia di un altro virus che può avere a sua volta effetti mortali, virus diffuso e capace di assumere diverse forme e nomi: indifferenza, egoismo, ingiustizia. Vittime di un sistema economico che arricchisce pochi a spesa degli altri, che sfrutta e impoverisce, che considera non solo la ricchezza ma anche la vita come un bene esclusivo: “mors tua, vita mea”.

Siamo tutti nella stessa barca ma non siamo tutti uguali di fronte al pericolo. Intanto perché ci sono, nel nostro Paese e nel mondo, migliaia di persone orfane di affetti, private di congiunti e famigliari che non hanno potuto nemmeno accompagnare e salutare al limitare della vita. È quasi inimmaginabile il dolore di morti vissute nella solitudine e nell’isolamento, sia per il malato sia per chi gli ha voluto bene. Sono decine di migliaia i morti in tutto il mondo. Aggiungiamo a quest’impressionante cifra i famigliari di ogni vittima: sono vivi, è vero, ma segnati da un lutto difficile da consolare, il lutto di un affetto che non ha potuto esprimersi con le parole, gli sguardi, le carezze. Ai morti vada quindi il nostro ricordo e ai loro famigliari la nostra attenzione: facciamo in modo, anche a distanza se necessario, di alleviare un po’ la loro solitudine.

Ma non siamo uguali di fronte al pericolo anche perché gravati da pesi materiali diversi: chi era povero prima lo è adesso ancora di più. Ci sono tante persone che non possono restare a casa – come è necessario stare – per il semplice fatto che una casa non ce l'hanno. Nel nostro piccolo, come Gruppo Abele, abbiamo tenute aperte le nostre accoglienze, seppure con le precauzioni del caso: queste persone sono sempre state e continuano a essere le nostre compagne di viaggio. È chi vive la strada a indicarci la strada, la direzione di un cammino per costruire un mondo dove nessuno sia abbandonato, lasciato solo, ma riconosciuto nei suoi diritti e nella sua dignità.

E qui concludo con un altro straordinario passaggio di Papa Francesco dal sagrato di Piazza San Pietro, venerdì scorso. Quando ha detto che «la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità» e le «false sicurezze su cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità». E ha fatto anche cadere, la tempesta, «il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego”» lasciando però scoperta «quella comune appartenenza a cui non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».

Sono parole che invitano a una profonda e radicale riflessione: questa tempesta evidenzia il nostro essere fragili ed è proprio da lì che dobbiamo ri-partire per ri-conoscere e ri-tornare alla nostra umanità e fraternità. Per costruire un mondo di pace e giustizia. Sì, perché quando ci sentiamo fragili ed esposti ci sono solo due vie per ritrovare forza e fiducia: la relazione e la condivisione. Le relazioni sono la nostra forza, le comunità accoglienti e giuste sono il solo vero antidoto alle paure e alle angosce dell’anima, alle pene della solitudine, all’ingiustizia delle violenze e degli abusi.

È questa l’opportunità di vita che possiamo trarre da questo tempo di morte. Fare in modo che il bisogno di contatto e di relazione che avvertiamo in questi giorni in modo anche lancinante, sopravviva alla sconfitta del virus, diventi la base per costruire un futuro radicalmente diverso. Lo spartito su cui comporre e cantare insieme la musica della vita.

*L'AUTORE

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Don Luigi Ciotti è nato in Veneto, a Pieve di Cadore (Belluno), il 10 settembre 1945. Ha seguito la sua famiglia a Torino nel 1950 dove nel novembre 1972, è stato ordinato sacerdote dal cardinale Michele Pellegrino il quale, come parrocchia, gli affidò la strada. Ha fondato il Gruppo Abele. Ha contribuito alla nascita del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca) e della Lega italiana per la lotta comntro l'Aids (Lila). Col tempo il suo impegno si è allargato anche al contrasto alla criminalità organizzata. Dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio, nell'estate 1992 ha fondato il mesnile Narcomafie e s'è speso per la costituzione di Libera, un coordinamento di associazioni contro le mafie.

 


03 aprile 2020

 
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