A due anni dal Sinodo dei Vescovi sulla parola di Dio è stata diffusa nei giorni scorsi dalla Santa Sede (con data 30 settembre, memoria di san Girolamo, a cui si deve la traduzione della Bibbia in latino) il documento che ne rappresenta la sintesi e insieme il messaggio a tutti i cristiani: l'esortazione post-sinodale Verbum Domini.

     Considerato uno strumento fondamentale per rinnovare la vita dei credenti e per un rilancio missionario nei più diversi contesti in cui essi vivono (da quello secolarizzato dell'Occidente a quello dove i cristiani sono perseguitati), il documento, data anche l'ampiezza dei suoi contenuti (ben 200 pagine), è il più significativo testo della Chiesa sulla Bibbia dopo il concilio Vaticano II.

   Verbum Domini è articolato in tre capitoli: il primo, Verbum Dei, sottolinea che Dio ha usato parole umane per rappresentarsi agli uomini. A loro spetta quindi di leggere la Parola in comunione con la tradizione ecclesiale per evitare ogni riduzione mitica (con le opposte derive del secolarismo e del fondamentalismo). Il secondo, Verbum in Ecclesia, spiega il ruolo della Parola nella vita delle comunità ecclesiali: liturgia della Parola, omelia, Eucaristia, salmi, meditazione, silenzio, studio appassionato, "dovere e piacere" di ogni credente. Interessanti digressioni vi sono anche sul recupero del canto gregoriano, sull'architettura delle chiese (particolare riferimento anche all'ambone, dal quale si proclama la Parola). L'ultimo capitolo (Verbum Mundo), vede come protagonisti i credenti, allo stesso tempo destinatari e annunciatori creativi della Parola: la missione implica di per sé un annuncio esplicito della lieta novella e non basta suggerire al mondo valori condivisi. Grossa importanza è infine attribuita alla libertà di coscienza, soprattutto nei luoghi ove questa è compromessa o limitata.