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Nonostante i limiti imposti dalla pandemia, papa Francesco ha voluto che anche quest'anno il 12 e 13 marzo fosse celebrata la "24 ore per il Signore”, un'iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione delle Nuova Evangelizzazione per avvicinare i fedeli al sacramento della Confessione.
L’emergenza sanitaria obbliga a essere prudenti e non è stato possibile organizzare il consueto appuntamento in piazza San Pietro alla presenza del Pontefice, ma non mancano in molte diocesi appuntamenti e proposte di preghiera, ritrasmesse in streaming. In questo contesto il sacramento della riconciliazione richiede un'attenzione particolare, come sottolinea don Luca Ferrari (nella foto), docente di teologia e assistente pastorale all'Università Cattolica del Sacro Cuore, ideatore del servizio confessioni alla Giornata mondiale della gioventù del 2000, da cui ha avuto origine l'esperienza “Giovani e Riconciliazione”.
Cosa ha cambiato la pandemia nel modo di vivere la riconciliazione? A parte le cautele di distanziamento, cosa emerge in questo periodo particolare?
«In effetti, questo tempo ha reso più urgente l’esperienza della riconciliazione. La convivenza forzata rende più consapevoli della responsabilità verso i nostri fratelli, almeno quelli “vicini”. È facile che la tensione produca incomprensioni e faccia esplodere più o meno volontariamente conflitti. In questo periodo, molte coppie di giovani fidanzati costretti a distanza si stanno adeguando alla solitudine, finendo per preferire un isolamento “conservativo” ad una progettualità costruttiva. In generale, il rischio è quello dell’indifferenza, dell’impotenza rispetto alle necessità dei fratelli, insomma si rischia di scivolare verso un sostanziale egoismo, accolto come necessità o persino come virtù».
Cosa pensi della forma comunitaria della riconciliazione?
«Questa dimensione della riconciliazione mi pare molto opportuna nell'attuale situazione, soprattutto con le persone vicine che abbiamo ferito. Gli strumenti che possono aiutare in questo atteggiamento le persone anche nella loro casa si sono moltiplicati, ma resta la fatica di fare il primo passo, se qualcuno non ti viene incontro e ti aiuta. Il tempo sembra scorrere sempre uguale se non si creano luoghi e tempi speciali. Mi pare che vadano creati e realizzati con cura momenti “sacri” di dialogo e di preghiera insieme, di giorni e di tempi che ci aiutino ad entrare nel mistero con profondità, come ogni esperienza religiosa suggerisce. E naturalmente sforzarsi di cogliere le opportunità di celebrazione che non sono impedite per aprire le finestre dell’anima a ricevere una luce che arriva dall’incontro».
Pensi che sia buono organizzare prenotazioni “telematiche” per la confessione?
«Se può favorire l'appuntamento con il sacerdote, ogni mezzo va colto secondo le necessità. Con i giovani in particolare è importante esserci quando loro ti cercano: il momento di grazia nel quale si aprono va colto subito, se possibile. Per loro occorre davvero una disponibilità straordinaria. Per tutti è comunque preziosa la possibilità di assicurare da parte di noi sacerdoti una reperibilità, anche su appuntamento se necessario. Mi riconosco nell’espressione di sant' Agostino: “Ecco che cosa dico, e lo dico apertamente. Poiché temo non solo Gesù che passa ma anche Gesù che rimane, per questo non posso tacere”. Insomma, è importante cogliere la grazia del passaggio del Signore ed evitare quel rimanere indifferenziati che porta alla mediocrità».




