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"Dov'è casa?" di Ebrahim Alipoor, una delle opere esposte alla Fondazione Rovati per la mostra "Out of place".
Ci sono numeri che dovrebbero impressionarci, e invece rischiamo di restare astratti. Oggi nel mondo oltre 117 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare la propria casa a causa di guerre, persecuzioni e violenze. Di queste, circa 8,7 milioni vivono all’interno di campi rifugiati. Dietro ogni cifra si nasconde però una storia, una memoria, un’identità sospesa tra ciò che è stato perduto e ciò che ancora si cerca di costruire. È proprio in questo spazio fragile e complesso che si colloca Out of Place, un progetto artistico che restituisce voce e visibilità a coloro che troppo spesso rischiano di diventare invisibili, esposto alla Fondazione Rovati di Milano fino al 19 luglio.
Frutto di una ricerca condotta tra il 2022 e il 2024 in 18 tra i più grandi campi rifugiati esistenti e in altre aree attraversate da fenomeni migratori, il progetto raccoglie le opere e le testimonianze di 264 artisti che vivono o hanno vissuto l’esperienza dello sradicamento. Le 284 opere realizzate nel formato 10x12 centimetri costituiscono il nucleo visivo di una narrazione più ampia, che intreccia arte, memoria e diritti umani per offrire una lettura profonda della più complessa crisi globale dei rifugiati mai registrata dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).


"Un re senza trono" di Famakinka Olunafemi.
Il titolo del progetto prende ispirazione dall’espressione Out of Place utilizzata dallo scrittore e intellettuale palestinese Edward Said per descrivere la condizione dei rifugiati, compresa la propria. Essere “fuori posto” significa vivere una frattura permanente: quella tra il luogo dell’origine e quello dell’approdo, tra il passato e il presente, tra appartenenza e esclusione. Per Said, gli esuli, i migranti, i rifugiati e gli apolidi sono costretti a confrontarsi con paesaggi nuovi e spesso ostili, sviluppando forme di creatività che rappresentano tanto una risposta alla perdita quanto una modalità di resistenza.
L’arte diventa così un linguaggio privilegiato per raccontare ciò che le parole da sole non riescono a esprimere. Le piccole tele di Out of Place custodiscono universi complessi: ricordi di terre abbandonate, paure, speranze, identità culturali che resistono allo sradicamento, ma anche sogni di futuro. Ogni opera è una testimonianza individuale che contribuisce a comporre un racconto collettivo, capace di attraversare confini geografici e culturali.


"Speranza (di Arafa)" di Arafa and the Dirars.
La geografia della mostra è quella delle principali rotte contemporanee della migrazione forzata. Dall’immenso campo di Kutupalong in Bangladesh, che ospita centinaia di migliaia di rifugiati Rohingya, alle grandi realtà africane di Dadaab e Kakuma in Kenya, Nakivale e Bidibidi in Uganda, Dzaleka in Malawi e Nyabiheke in Rwanda. Le opere arrivano anche dagli insediamenti sahrawi di Smara, El Aaiun, Awserd, Boujdour e Dakhla, nel deserto algerino, dove intere generazioni vivono da decenni in una condizione di attesa.
Il percorso prosegue in Medio Oriente, attraverso Za’atari, il più grande campo per rifugiati siriani, e diversi campi palestinesi in Giordania, luoghi che raccontano una storia di esilio protratta nel tempo e trasmessa di generazione in generazione. A queste testimonianze si aggiungono quelle di artisti curdi e yazidi, segnate da vicende di persecuzione e resistenza, e quelle di quaranta artisti afghani che, dopo il ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, hanno scelto l’esilio o continuano a vivere nel proprio Paese affrontando profonde limitazioni e incertezze.


OUSSEF AL SHUWAILI
"Madre della pietà" di Oussef Al Shuwaili.
La raccolta esposta alla Fondazione Rovati di Milano guarda inoltre alle migrazioni che interessano direttamente l’Europa, dall’esodo provocato dalla guerra in Ucraina alle traversate del Mediterraneo, fino ai corridoi migratori dell’America Centrale e Meridionale e alla complessa frontiera tra Messico e Stati Uniti. In questo modo Out of Place costruisce una vera e propria cartografia umana della contemporaneità, mostrando come la mobilità forzata non sia un fenomeno periferico ma una delle questioni centrali del nostro tempo.
L’esposizione assume un significato ancora più profondo perché coincide con il 75° anniversario della Convenzione di Ginevra sullo Statuto dei Rifugiati, il principale strumento internazionale per la tutela di chi è costretto a lasciare il proprio Paese a causa di persecuzioni fondate su razza, religione, nazionalità, appartenenza a un gruppo sociale o opinioni politiche. La Convenzione non rappresenta soltanto un quadro normativo: è l’affermazione di un principio fondamentale, quello secondo cui la dignità umana deve essere protetta anche quando vengono meno la patria, la sicurezza e la cittadinanza.
In questo contesto, Out of Place non è semplicemente una mostra d’arte. È un atto di ascolto. Di fronte a una crisi che spesso appare inafferrabile nella sua vastità, queste piccole tele compiono un gesto straordinario: restituiscono un volto umano all’esperienza dell’esilio.




