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«Le urla di quella ragazza non me le levo più dalla testa». Pasquale Sgrò non le cerca, le ha addosso. Racconta di una ventiduenne che correva verso il marito caduto da due metri, già immobile, già altrove. È una scena che non può diventare statistica, ma resta nella vita di chi la vede. Da lì si ricomincia ogni volta: dal silenzio dopo il rumore, dallo sguardo di chi resta.
Sgrò queste storie le conosce dal 1980, quando inizia a entrare nelle fabbriche e nei cantieri del Centro Italia. Luoghi che odorano di solventi, di legno tagliato, di ferro caldo. Spazi dove il lavoro è un diritto, ma può diventare un rischio se la fretta prende il posto dell’attenzione. È stato ispettore quando il mestiere non finiva sui giornali e continua oggi, da consulente, a mettere piede nei luoghi dove la quotidianità si è invertita in tragedia.


«In un sopralluogo sei prima una persona, poi un tecnico», dice. «Ti togli l’emozione dalla faccia, non dalla memoria». Di queste memorie sono fatti i suoi libri. Le prime storie nacquero come brevi racconti a fumetti: vicende vere, ascoltate su un marciapiede o lette in una sentenza della Cassazione. Sgrò immaginava, conoscendolo, il passo delle vittime, il punto esatto in cui la ruota smette di girare, l’istante in cui una distrazione diventa irreparabile. Poi è arrivato il romanzo L’altro ispettore (Corbaccio), e con esso Domenico Dodaro, l’ispettore del lavoro che torna a Lucca dopo un lutto e trova una fabbrica tessile dove una ragazza viene uccisa dall’orditoio.
Una storia che somiglia molto a quella di Luana D’Orazio, anche se la finzione tiene le distanze. «Ho visto decine di orditoi. So cosa significa entrarci dopo. So cosa resta negli occhi», dice. Il personaggio di Dodaro non è un eroe, non è un giustiziere: è un uomo che conosce la fatica del limite. È fragile, testardo, segnato. «Gli ispettori», spiega Sgrò, «vivono una solitudine particolare. Non cercano un assassino: cercano la verità tecnica che precede la tragedia. E quella verità spesso è scomoda per tutti».


Quando la Rai ha deciso di portare questa materia in televisione, Sgrò è stato chiamato come consulente. Ha seguito la scrittura, corretto la gerarchia dei ruoli, indicato il tono delle conversazioni, il modo in cui un ispettore entra in un’azienda, chiede documenti, interroga gli operai. Ha passato giorni sul set. «Quando ho visto Alessio Vassallo scendere dal treno con la borsa a tracolla mi sono rivisto giovane. Uguale. Stessi capelli, stesso passo. Mi ha colpito più di quanto immaginassi». La serie, in onda dal 2 dicembre su Rai 1, non cerca lo spettacolo. Resta aderente al mestiere reale, ai modi, ai tempi spesso lunghi e noiosi del lavoro ispettivo. Racconta cosa significa tornare in ufficio con dubbi, appunti e la sensazione di aver solo sfiorato la superficie delle cose. Mostra la fatica di spiegare, di insistere, di convincere un’azienda che la prevenzione non è un ostacolo ma una forma di rispetto. Entra nella complessità dei rapporti con imprenditori, delegati sindacali e testimoni spesso impauriti. «Il vero nodo», spiega, «è che la sicurezza riguarda tutti, ma spesso non appartiene a nessuno».
Pasquale Sgrò insiste molto sulla lingua. Da tecnico e da scrittore. Parole come “fatalità”, “destino”, “tragica coincidenza” gli pesano addosso. «Sono parole che cancellano. E cancellando assolvono», dice. «Dietro un morto sul lavoro c’è quasi sempre un comportamento, una scelta, un’incuria, una catena interrotta. È più comodo parlare di fatalità, ma la fatalità è la maschera dell’irresponsabilità». Nelle sue storie c’è tutto questo: la cultura fragile della sicurezza, la banalità che uccide più spesso della macchina rumorosa. Come chi cade da una scala. «Non sono casi eccezionali», continua, «sono la normalità italiana: pensiamo che ciò che facciamo da anni sia sicuro solo perché è sempre andata bene. Finché non va più bene». Poi aggiunge un dettaglio: «Spesso gli imprenditori che incontro dopo un incidente sono uomini distrutti. Non volevano fare male a nessuno. Ma troppo spesso hanno confuso la scorciatoia con l’efficienza». È qui che la prevenzione, per l’ex ispettore del lavoro, deve diventare un gesto di maturità civile. Non un obbligo di legge, ma un’educazione dello sguardo.


Il cuore della questione, per Pasquale Sgrò, è anche istituzionale. In Italia i controlli sono affidati a troppi enti: l’Ispettorato nazionale, le Aziende sanitarie locali, Inps, Inail e i Carabinieri. Ognuno dipende da un Ministero diverso. Le competenze si sovrappongono, i linguaggi si confondono, le responsabilità si diluiscono. E soprattutto gli ispettori sono pochi. «Troppo pochi. Migliaia di aziende restano senza verifiche per anni. È matematico: non ce la facciamo». Poi c’è il tema della professionalità. «Non possiamo pensare che un ragioniere o un laureato in Filosofia scrivano il documento di valutazione dei rischi. Ognuno deve fare il suo mestiere. La sicurezza richiede formazione tecnica, non improvvisazione». È una frase che dovrebbe far discutere più di quanto accada. L’aggiunta che pesa di più arriva quasi alla fine: «Sa cosa mi ferisce? Quando dopo l’ennesimo morto qualcuno dice: “Era solo un operaio”. Ma cosa vuol dire? Che la vita vale a seconda di chi la abita?». È qui, forse, il motivo per cui scrive: perché raccontare significa restituire dignità. Anche a chi non ha voce. Anche a chi è rimasto sotto una macchina che non avrebbe mai dovuto muoversi.
Il suo nuovo libro e la fiction Rai servono esattamente a questo: a riportare la questione nella casa delle persone, nel salotto, nella cena di una famiglia. A ricordare che quattro morti al giorno sul lavoro non sono un destino, ma una responsabilità collettiva. «La sicurezza», afferma, «non è una voce di bilancio: è una voce di coscienza». La chiusura, Pasquale Sgrò la affida a un ragionamento, un po’ da ex ispettore, un po’ con il piglio dello scrittore: «Il lavoro deve dare vita, non toglierla. La sicurezza non è una firma. È una forma di rispetto. E il rispetto non è mai negoziabile».




