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Un fermo immagine di Fabrizio Corona - Io Sono Notizia, la docuserie Netflix in cinque episodi
Un’ottima cartina di tornasole dello stato di salute o, forse, di malattia del nostro sistema dei media, della comunicazione, e forse, più ampiamente, dell’humus culturale nel quale siamo tutti inevitabilmente immersi: è questo che rappresenta la docu-serie Fabrizio Corona. Io sono notizia, ma anche molto del dibattito che, dal giorno dell’uscita su Netflix il 9 gennaio, è stata in grado di generare.
Partiamo da un assunto: Fabrizio Corona, per sua stessa, reiterata e quasi ossessiva ammissione, non è un bravo ragazzo. Da trent’anni a questa parte vuole, al contrario, apparire come l’incarnazione del bad boy, di chi non si fa remore a infrangere la legge (per questo è stato più volte in carcere) e, quel che forse è peggio, a mentire spudoratamente anche a chi gli è più vicino (come testimonia, nella serie, l’ex moglie Nina Moric). Dunque, diciamolo fin da subito, il docu non ha nulla di edificante o didascalico.
È un problema? La massa crescente di narrazioni mediali true crime – basti pensare al revival del “Garlasco show” che non accenna a perdere un colpo – dimostra l’interesse e la fascinazione diffusa per il male. Dunque, sulla carta, raccontare Fabrizio Corona, nello spericolato incrocio con la cronaca, non solo rosa, di questi trent’anni d’Italia è senz’altro una buona trovata. D’altronde, il lancio della serie ha coinciso, in una dinamica di reciproca, formidabile promozione, col punto di massimo interesse suscitato dalle puntate di Falsissimo, il canale YouTube dello stesso Corona che, fra denunce incrociate, ha sollevato il cosiddetto “caso Signorini”, relativo ai casting per entrare al “Grande Fratello” in cambio di presunti favori di carattere sessuale da parte, appunto, di Alfonso Signorini.
Ma – è questa la domanda più importante – la serie di Netflix riesce a restituirci il senso di quello che Fabrizio Corona ha rappresentato in questi trent’anni e, evidentemente, ancora rappresenta? Solo in parte, per un vizio di vicinanza. Corona è un seduttore che conosce perfettamente i meccanismi della macchina dei media. Quando ha accettato – presumiamo dietro compenso – di essere protagonista del documentario di Netflix era già certo di essere capace di piegarne la narrazione sulla propria personale “mitologia”: che è, quella, appunto, del cattivo ragazzo che se ne frega delle regole e che è guidato unicamente da un’ossessiva passione per il danaro. Ci è riuscito, anche grazie alla contiguità con molti degli intervistati che fanno da filo conduttore, dall’amico-avvocato che ne ricorda le “zingarate” al “coronologo” che, puntata dopo puntata, si rivela più amico di Fabrizio che analista del fenomeno.
D’altronde, il “fenomeno Corona” era spiegabile anche in meno tempo e meno puntate, perché la trama è ricorrente e si riassume così: Fabrizio Corona, furbo ancor più che dotato di una certa intelligenza, non si fa alcun problema morale a oltrepassare le regole condivise (e la legge) se questo gli procura una “notizia” di gossip, uno scatto vendibile e, in sostanza, tanti soldi. Corona è un vampiro che impara presto come ci si muove (la sua figura svuota e sostituisce quella dell’ex mentore Lele Mora), e sa cogliere tutte le debolezze del sistema dei media.
Da quest’ultimo punto di vista, forse anche involontariamente, il docu e il dibattito che ne è scaturito si fa più interessante. Perché nelle quasi cinque ore di racconto si possono trarre alcune considerazioni importanti proprio sulla macchina comunicativa della nostra Italia.
Intanto il sistema mediale italiano non ha mai fatto mancare a Fabrizio Corona quel che cerca: la luce di una telecamera. Anche solo dai filmati d’archivio che la serie propone, lo vediamo passare da innumerevoli salotti catodici, da Daria Bignardi a Corrado Formigli fino, l’altra sera, a Massimo Giletti. Corona è dunque forse quello che in Italia, con successo, è stato in grado di sfruttare al meglio il nuovo ecosistema mediale, sospeso oggi fra Tv (ancora centrale), settimanali di gossip (sempre meno), YouTube (il suo canale genera milioni di views) e social media.
Anche l’ultima polemica sollevata da alcuni giornali circa il finanziamento pubblico (poco meno di 800mila euro) che la docu-serie Netflix ha avuto dal Ministero della Cultura in forma di tax credit (credito d’imposta) sembra un’arma spuntata, frutto di poca conoscenza del tema. Senza entrare in tecnicismi, i finanziamenti pubblici a film, serie e documentari hanno due scopi piuttosto distinti: ci sono quelli dati per i meriti dell’opera (e non è questo il caso) e quelli “automatici” che puntano a sostenere la produzione audiovisiva nazionale per cercare di renderla più solida e industriale. E non c’è dubbio che – almeno sul piano strettamente commerciale – Io sono notizia funzioni: basti pensare al clamore che sta suscitando e alle visualizzazioni che sta producendo. Dunque anche il dibattito “critico” generato dalla serie non è esente da pressapochismo e un certo populismo.
In conclusione, al di là della talvolta maldestra “mitizzazione” del personaggio Corona, che più che altro genera una sensazione di ripetitività e noia soprattutto dal terzo episodio in poi, che valutazione possiamo dare di questo prodotto? Forse l’elemento di maggiore “verità” nel racconto su Fabrizio Corona è quello che lo mette in relazione col padre, Vittorio Corona, un pezzo di storia del giornalismo nazionale, nelle parole della madre, Gabriella Privitera, o in quelle del direttore del Fatto Marco Travaglio. Fabrizio appare quasi abbagliato dai successi del padre degli anni Ottanta e Novanta e, come accade in questo tipo di relazioni paterne - senza necessità di scomodare Freud - decide di volerlo raggiungere e superare andando a incarnarne sistematicamente il suo opposto, la sua nemesi.




