Hamlet. O Hamnet? Cosa c’è in un nome? È quello che si chiede Giulietta al balcone, sospirando per il ragazzo di cui si è appena innamorata perdutamente ma che ha un nome sbagliato: Romeo Montecchi. È quello che avrà pensato Will Shakespeare, nel momento in cui gli era venuta tra le mani la storia di Amleto? Il principe di Danimarca aveva lo stesso nome (una sua variante, per la precisione) dell’unico figlio maschio del poeta, Hamnet, nato nel 1585 insieme alla sorella gemella Judith. Un nome attestato a Stratford all’epoca, ma non così comune: non come John, il padre di Will, o come Richard e Gilbert, i nomi dei suoi fratelli. Non risulta fosse neppure un nome ricorrente nella famiglia della moglie di Shakespeare, Anne Hathaway.


Hamnet, il recente e fortunato film diretto da Chloé Zhao che all’ultima notte degli Oscar ha ottenuto otto nominations, inclusa quella per il miglior film, con Jessie Buckley premiata come miglior attrice protagonista, ha portato la questione del nome del figlio di Shakespeare a conoscenza del pubblico internazionale, che subito si è chiesto: ma è vera la storia del nome? E, di conseguenza, è vero quello che il film racconta, il ritratto che fa della moglie e della famiglia di Shakespeare?


I “bardolatri” (come G.B. Shaw chiamava gli adoratori del Bardo) inevitabilmente storcono il naso: questo non è Shakespeare ma una storia romanzata che sfrutta il mito del più grande scrittore moderno in chiave contemporanea e femminista – la moglie di Shakespeare è la vera protagonista del film. Vero, solo che nell’interpretare liberamente la vita di Shakespeare Hamnet è in ottima compagnia, a cominciare da Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf e dall’Ulisse di Joyce, per non andare troppo lontano.

La regista Chloé Zhao con Paul Mescal eJessie Buckley (nel ruolo della moglie di Shakesppeare) in \\\"Hamnet\\\".
La regista Chloé Zhao con Paul Mescal eJessie Buckley (nel ruolo della moglie di Shakesppeare) in \\\"Hamnet\\\".

La regista Chloé Zhao con Paul Mescal eJessie Buckley (nel ruolo della moglie di Shakesppeare) in "Hamnet".

Ogni film sulla vita del poeta, da Shakespeare in Love (1998) a All Is True di Kenneth Branagh (2018), è inevitabilmente in gran parte frutto di una ricostruzione immaginaria, stanti i pochi dati certi che abbiamo della sua vita. In questa tradizione, Hamnet è certamente il film più originale. Il primo che non lo presenta come un mito, con tutta la riverenza che ne segue (anche Shakespeare in Love, a suo modo, lo faceva), ma come un uomo qualunque. Un poveruomo quasi, a tratti, pieno di dubbi e di incubi personali che Anne Hathaway in parte comprende e in parte sopporta e subisce. Il genio di Shakespeare è in secondo piano, sottinteso, ne arrivano voci e segni concreti (la ricchezza guadagnata a teatro) dalla lontana Londra, salvo poi emergere con una potenza commovente e trascinante insieme nella rappresentazione
di Amleto a teatro che chiude il film. Ma è indubbio che la protagonista della storia, se non proprio l’eroina, è Anne Hathaway (la moglie di Will, non l’attrice dello stesso nome: è per evitare ogni
sovrapposizione che i produttori del film hanno voluto cambiare il nome in “Agnes”). Shakespeare è il coprotagonista, se non esattamente
un comprimario di lusso.

HAMNET_FP_00390_RJacobi Jupe stars as Hamnet in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release.Credit: Courtesy of Focus Features / © 2025 FOCUS FEATURES LLC
HAMNET_FP_00390_RJacobi Jupe stars as Hamnet in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release.Credit: Courtesy of Focus Features / © 2025 FOCUS FEATURES LLC
Jacobi Jupe interpreta Hamnet, il figlio di Shakespeare che dà il titolo al film.


In Hamnet, Agnes Hathaway è una moglie insoddisfatta, lasciata sola a Stratford con tre figli e molti problemi. Sola, soprattutto, al momento della morte di Hamnet. Lo strazio di una madre è il culmine
tragico della prima parte della storia, reso con commovente realismo. Si sente che il film è diretto da una donna e scritto dalla regista insieme a un’altra donna, Maggie O’Farrell, autrice del romanzo Hamnet (2020) da cui il film deriva. Le biografie fittizie di Shakespeare da una prospettiva femminile sono del resto parte di un filone ben radicato. Per tradizione, le origini dell’ispirazione del poeta si collocavano nella sua infanzia nella bucolica Stratford (assurta a simbolo della Merry Old England), e molti romanzi hanno riempito con la fantasia i numerosi vuoti della biografia reale di Shakespeare. Si tratta di opere che si muovono principalmente in due direzioni.

La prima dipinge una vita idilliaca a Stratford, con al centro una grande storia d’amore con Anne Hathaway, a partire da Anne Hathaway (1845) di Emma Severn, passando per Shakespeare’s Sweetheart (1905) di Sarah Sterling, fino a Her Infinite Variety (2005) di Pamela Berkman – tutte donne. Il secondo filone, più numeroso via via che il Novecento avanzava, è esemplificato da Nothing Like the Sun (1964) di Anthony Burgess, A Cry of Players (1968) di William Gibson e, più recentemente, da Will (2004) di Grace Tiffany, opere che evocano uno Shakespeare che non sopporta i limiti di una vita provinciale e sogna fama poetica e avventure altrove.

In queste opere, Anne è spesso una bisbetica e i parenti di Will provinciali rozzi e fastidiosi. Qui, come in parte anche nel celeberrimo Shakespeare in Love, dove la moglie e la natia Stratford sono echi lontani e imbarazzanti per la grande storia d’amore clandestina che il poeta ha con Viola de Lesseps a Londra, Shakespeare è una tipica figura della modernità: strappato alle tradizioni e alle costrizioni del passato e proiettato in una tumultuosa esistenza nei teatri di Londra.

La commovente scena finale di \\\"Hamnet\\\".
La commovente scena finale di \\\"Hamnet\\\".

La commovente scena finale di "Hamnet".

Il romanzo e il film Hamnet si inquadrano chiaramente in questa seconda tradizione, con una storia tutta al femminile e al famigliare che
ruota intorno alla morte del figlio. Dello strazio di Anne Hathaway si è detto (ma anche quelli della madre di Shakespeare, e della sorella gemella di Hamnet, Judith, le altre figure femminili prominenti del film, sono vividi e toccanti). Come è rappresentato lo strazio di Shakespeare padre? In parte direttamente, al suo arrivo a Stratford, ma soprattutto nella scrittura di Amleto, nel film magistralmente riassunta dalla scena del To be, or not to be, in un teatro gremito dove la mano di Agnes Hathaway si allunga a toccare quella dell’attore, con il pubblico che la imita, a collegare i vivi e i morti nel silenzio della commozione.


Storicamente, mancano testimonianze dirette o indirette del modo in cui subì la perdita dell’unico figlio maschio. Joyce, in Ulisse, sostiene
che, subito dopo la morte di Hamnet, il poeta abbia rimesso mano a un suo vecchio dramma, Re Giovanni, inserendo un nuovo passo, il lamento di Lady Constance per la morte prematura del figlio, il principe Arthur:
Il dolore per l’assenza di mio figlio riempie la stanza,
si corica nel suo letto, cammina su e giù con me,
assume i suoi bei lineamenti, ripete le sue parole,
mi ricorda tutte le sue dolci qualità, riempie i vestiti abbandonati con le sue forme. E allora, non ho ragione di amare il mio dolore?

Difficile non leggere versi tanto toccanti come ispirati dal dolore per la perdita di un figlio. Così come nella seconda parte dell’Enrico IV, sempre scritta da Shakespeare poco dopo la scomparsa di Hamnet, la moglie del Conte di Northumberland attribuisce all’assenza del marito la colpa della morte del loro figlioletto: «Lanciava molti sguardi
verso il nord, per vedere se il padre veniva a ridargli le forze, ma invano». Ed è certamente curioso che, caso unico fra i drammaturghi del tempo, e piuttosto raro in generale, Shakespeare incentri due opere sulle figure di due gemelli: La commedia degli equivoci e La dodicesima
notte
. In quest’ultima, l’intrigo causato dall’aspetto identico dei gemelli, maschio e femmina, è risolto dalla riapparizione miracolosa del maschio, ritenuto morto in un naufragio.


Che padre era Shakespeare? Hamnet ci mette di fronte a questo interrogativo. Proviamo a rispondere, per quello che possiamo immaginare. Prolifero nella prima parte della sua vita matrimoniale: mette al mondo tre figli prima di raggiungere la maggiore età. Susanna, la primogenita, fu battezzata il 26 maggio del 1583, sei mesi dopo il matrimonio di Will e Anne Hathaway. Meno di due anni più tardi, il 2 febbraio 1585, sono battezzati i due gemelli Hamnet e Judith. Da allora, Shakespeare fu per lo più un padre assente. Che si sia allontanato, come suggerisce Anthony Burgess, per evitare il rischio di nuove gravidanze della moglie, a fronte di una situazione economica precaria e di una reciproca incapacità di tenere il rapporto sui binari di una almeno parziale castità, è una congettura interessante. Di certo Will è a Londra intorno al 1588, se non prima. Mentre c’è tutta una letteratura sul rapporto difficile, per alcuni addirittura ambiguo, tra Shakespeare e la moglie, ci sono state meno congetture fantasiose sul rapporto tra Shakespeare e i suoi figli. E riguardano per lo più le sue figlie.

Tornando alla domanda iniziale, certi nomi contengono realmente il destino di chi li porta? Di sicuro Hamnet/Hamlet è associato a morti tragiche nel destino di Shakespeare. C’è una triste storia, poco nota, che Will si portava dentro da quando era ragazzo: la morte di una sua giovane concittadina chiamata Katherine Hamlet. Cito da Shakespeare
e l’amore
(Einaudi, 2019): «Will ha quindici anni quando, con i compagni, corre al fiume, verso Tiddington, a vedere il punto in cui Katherine Hamlet è annegata nell’Avon. La conosceva? L’aveva vista
passare, forse aveva un bel viso e Will si era voltato a guardarla? Di certo l’impressione lasciata fu grande e indelebile: la ragazza morta ha lo stesso nome del più celebre personaggio di Shakespeare, e il suo unico figlio maschio porterà il suo nome, o una variante dello stesso, Hamnet. In Amleto, Ofelia impazzita, o innamorata, o pazza per amore (c’è differenza? Will comincia a chiederselo presto), muore annegata, scivolando nel fiume mentre raccoglie margherite e “long purples”, piccole orchidee purpuree, bei fi ori che in luglio affollano le
rive dell’Avon, verso la chiusa di Stratford».
Tutte congetture, ribatteranno convinti e sdegnati i bardolatri. Per i quali il Bardo non si tocca. Il Bardo è divino! Così è stato per secoli,
almeno dal primo Giubileo shakespeariano tenuto a Stratford nel 1769, quando l’attore e drammaturgo principe dell’epoca, David Garrick, scoprendo agli occhi di una folla estasiata una statua di Shakespeare proclamava: «’tis he, ’tis he, / The God of our idolatry!». Più facile negare l’esistenza di una divinità laica, piuttosto che attenuarne il mito. È quanto fanno gli anti-stratfordiani da due secoli a questa parte, negando che Shakespeare abbia potuto scrivere le opere che ha scritto, o che addirittura sia mai esistito. Ed è una curiosa coincidenza (pensando a Hamnet e alla lunga e gloriosa tradizione femminile di biografi e o storie fittizie sul Bardo) che a mettere significativamente in
dubbio la paternità dei drammi che vanno sotto il nome di Shakespeare sia stata per prima una donna, l’americana Delia Bacon, nel 1856, sostenendo che il canone shakespeariano andava attribuito a diversi
autori, tra cui sir Walter Raleigh, sotto la supervisione di Francis Bacon.


Non è vero, ma piace pensare che, posto di fronte alla domanda, Shakespeare avrebbe risposto con un sorriso, citando una delle sue opere: As You Like It. Come vi pare.