Sono vestiti abbinati. Hanno la giacca nera, la camicia azzurra e, oltre a essere dei maestri, sanno distinguersi per gentilezza, nel mondo reale e dietro la macchina da presa. Jean-Pierre e Luc Dardenne rappresentano uno degli ultimi baluardi del cinema dedicato a chi soffre. I due cineasti belgi sono degli habitué al Festival di Cannes. Sono tra i pochissimi che hanno vinto due Palme d’oro (Rosetta, L’Enfant - Una storia d’amore) e quest’anno erano in concorso sulla Croisette con Giovani madri, con cui si sono aggiudicati il Prix du scénario.

Il film è un affresco che si sofferma sulla vicenda di un gruppo di ragazze. Sono molto giovani, con situazioni famigliari difficili, e soprattutto, come spiega il titolo, sono già genitori. «Siamo stati in una struttura dedicata alle giovani madri. Ci ha colpito molto. Si trattava di adolescenti, alcune sembravano ancora bambine. Alcune erano sole al mondo, altre rifiutate da tutti. La difficoltà era nel rapportarsi con i neonati, mentre l’universo intorno a loro era in fiamme. Però insieme si facevano forza, dimostravano una grande determinazione. Ci ha commosso l’atmosfera agrodolce, tra le urla dei più piccoli e i sorrisi misti alle lacrime dei genitori. È qualcosa che spesso ignoriamo, e abbiamo sentito l’urgenza di raccontarlo. Per un periodo abbiamo osservato quelle che sarebbero poi diventate le nostre protagoniste. Abbiamo scelto cinque linee narrative, che sintetizzano l’umanità con cui ci siamo confrontati. Ci siamo concentrati sulla responsabilità, sulla speranza», spiega Jean-Pierre Dardenne. Aggiunge Luc Dardenne: «Ci siamo limitati a portare la realtà sullo schermo. Abbiamo imparato a essere spettatori, a non invadere, ad ascoltare. L’obiettivo era creare un dialogo tra generazioni diverse, aiutando nella lotta per l’esistenza».

Una scena del film.
Una scena del film.

Una scena del film.

Si parla abbastanza delle “giovani madri” della nostra società?

Luc: «No, e la situazione è tragica. Spesso sono ragazze di 15 anni, che si sono trovate incinte senza volerlo, per scarsa informazione. Sono orfane, oppure le hanno sbattute fuori di casa. Ma comunque scelgono la vita e non abortiscono. Per fortuna esistono luoghi dove sono accolte. Però c’è sempre la necessità di nuove donazioni, altrimenti questi ripari rischiano di chiudere. Qui le madri imparano a essere importanti per i figli, senza dimenticare loro stesse. Scoprono che, al contrario di quanto credono, non è la fine, ma un nuovo punto di partenza. E se proprio non è possibile, si può ricorrere all’adozione. I loro educatori infondono sicurezza, danno solidarietà. Svolgono una professione nobile, rivolta al futuro. In qualche modo è una forma di rivoluzione: non essere individualisti, ma aprirsi all’altro».

Jean-Pierre: «Uno dei veri problemi è che non esiste una corretta educazione sessuale. Si fa riferimento a piccole donne che non sanno neanche che cosa stanno facendo. E poi vengono abbandonate. Servono programmi solidi per non lasciarle sole. Le cause risiedono nel loro rapporto con i genitori: assenti, silenziosi. La chiave è mettersi in ascolto dei propri figli senza pregiudizi».

E che cosa pensate invece dei “giovani padri”?

Jean-Pierre: «Che purtroppo non esistono in queste situazioni, altrimenti sarebbe tutto diverso. Serve una ferocia fuori dal comune per lasciare una ragazza incinta del proprio figlio. E poi continuare a dormire sereni la notte. È una tradizione patriarcale, in cui l’essere maschio illude di non avere vincoli, di poter disporre degli altri come si vuole. Ma non siamo qui per giudicare. Esistono anche degli esempi positivi: sedicenni che hanno scelto di sposare l’adolescente con cui hanno fatto l’amore, e per cui provano un sentimento sincero. Purtroppo sono però eccezioni, è più facile chiudere gli occhi e cancellare tutto, soprattutto le proprie responsabilità».

Nei vostri film date voce a chi non ne ha.

Luc: «È vero. Ma non ci limitiamo a descrivere le vittime del nostro mondo, vogliamo dar loro coraggio e dignità. Attraverso la cinepresa invitiamo ad alzare la testa, a fare le proprie scelte. Forse siamo degli idealisti, dei romantici, ma qualcuno deve esserlo in mezzo a tutto questo cinismo».

Jean-Pierre: «Forse inseguiamo un’utopia, però è questo che ci interessa. Ci soffermiamo su persone che non hanno un loro posto nel mondo, e quindi vogliamo darglielo al cinema. Magari da un film può nascere qualcosa di sorprendente».