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Il protagonista del film si chiama Hadara. All'età di 12 anni è interpretato da Nahel Tran.
Tratto da una storia vera e in arrivo nelle sale italiane dal 23 aprile con Rai Cinema, Il figlio del deserto (L’enfant du désert) conferma Gilles de Maistre tra i registi più originali del cinema contemporaneo per famiglie: autore capace di unire avventura, riflessione filosofica, sensibilità ecologica e rigore quasi giornalistico. Documentarista di formazione, de Maistre non si limita a raccontare: interroga lo spettatore su che cosa definisca davvero l’essere umano, su quanto di noi appartenga alla natura e quanto all’apprendimento. Sono riflessioni profonde, che attraversano la pellicola con la leggerezza di una favola e la forza di una parabola morale.
La trama parte dalla quattordicenne Sun (interpretata da Neige de Maistre, figlia del regista), cresciuta ascoltando dal nonno la storia del “bambino struzzo perduto nel deserto”. Quella che sembrava una leggenda si rivela invece una storia vera: Hadara, smarritosi a due anni nel Sahara durante una tempesta di sabbia, sopravvive grazie a un branco di struzzi che lo protegge e lo cresce per dieci anni. Ritrovato a dodici anni, torna fra gli uomini. Per Sun seguire le sue tracce diventa anche un viaggio dentro la propria identità familiare.


Una scena del film: il piccolo Hadara a due anni si è appena perso nel deserto. Nei suoi panni Nahil Bouazzaoui.
«Quando durante il lockdown ho finalmente letto il libro Hadara: The Ostrich Child, ne sono rimasto folgorato. A differenza di altri bambini selvaggi della letteratura, Hadara non fu abbandonato: si perse nel deserto e sopravvisse grazie agli struzzi. È una vicenda unica, documentata, che ci consegna una prova concreta del dialogo possibile tra la natura e l’umano», racconta de Maistre. È questa matrice reale a dare al film una densità rara: il Sahara non è sfondo esotico, ma luogo essenziale dove la vita si misura con il limite.
Il regista, noto per il rifiuto di effetti digitali, lavora solo con animali veri attraverso lunghi percorsi di imprinting tra attori e animali per creare relazioni autentiche davanti alla cinepresa. «Per noi fare cinema significa collaborare con la natura, non addestrarla. Sono contrario all’addestramento coercitivo: la vera sicurezza nasce solo da un legame di fiducia». Gli struzzi sono stati sottratti alla filiera del pellame; i fennec erano stati confiscati in Marocco a privati che li detenevano illegalmente. Dopo le riprese, tutti hanno trovato rifugio presso La Perle aux Oiseaux di Marrakech, che accoglie animali selvatici feriti o in via di estinzione ed è stato sostenuto dal film anche con la costruzione di un nuovo pozzo. Il valore etico dell’opera sta anche qui: nessun animale ridotto a oggetto scenico. Il benessere è stato certificato secondo i protocolli della Fondation Trente Millions d’Amis e dell’American Humane Association. In un cinema dominato dall’artificio, de Maistre restituisce dignità alla relazione fra uomo e creato.


il giovanissimo attore Zayn Sekkat che interpreta Hadara all'età di 6 anni
Commovente la lezione simbolica affidata agli struzzi: animali incompresi, potenti, con una velocità incredibile, che rallentano la corsa per non lasciare indietro Hadara. È un’immagine di fraternità universale: la vera forza non impone il proprio ritmo, ma sa attendere il più fragile. Altrettanto decisiva è la figura di Christian, interpretato con tensione da Kev Adams: esploratore coinvolto nella ricerca del ragazzo, sceglie di non strapparlo al suo mondo per interesse o gloria personale, offrendo una delle lezioni morali più alte del film.
Straordinaria la prova del giovane Nahel Tran, Hadara dodicenne: «Questo film mi ha cambiato. All’inizio non avevo alcun rapporto con gli animali, oggi li amo profondamente. Ho capito che per avvicinarsi a loro bisogna restare calmi, respirare al loro ritmo. E nel deserto ho scoperto anche un’altra cosa: non servono tutti i giochi del mondo per essere felici; io tra le dune ero felice anche senza niente». In queste parole si coglie il cuore spirituale del film: la felicità nasce dalla relazione, non dal possesso.
Zayn Sekkat, Hadara a sei anni, aggiunge: «Gli animali sono speciali perché sono sempre sé stessi: io capisco loro e loro capiscono me. Hadara è coraggioso perché protegge i suoi fratellini nelle uova; io farei lo stesso nella vita vera». In questa identificazione spontanea tra bambino e personaggio emerge uno dei miracoli del cinema di de Maistre: attraverso lo sguardo infantile affiora una verità morale universale. «Al centro dei nostri film ci sono il pianeta, l’acqua, le foreste, la fauna selvatica. Ma anche l’infanzia, i legami familiari e l’idea che cambiare il mondo sia possibile», dice ancora il regista. Nel silenzio del Sahara, tra uomini e animali che imparano a fidarsi gli uni degli altri, Il figlio del deserto diventa molto più di un racconto d’avventura: è una meditazione poetica sull’appartenenza, sulla fedeltà e sul mistero di una natura che, quando la sappiamo ascoltare, continua ancora a educarci.






