PHOTO


C’è una vignetta umoristica che circola molto nei social media in questi giorni. Accosta una tabella di geroglifici egizi a una che invece rappresenta una schiera di emoticon, come a dimostrare che in fondo una radice visuale del linguaggio rimane sempre dentro di noi, anche dopo secoli e secoli di scrittura alfabetica.
I geroglifici (che noi istintivamente associamo alla civiltà dell’antico Egitto, ma in realtà erano impiegati anche da altre popolazioni antiche, per esempio i Maya) sono forse, insieme a piramidi e mummie dentro sarcofagi, l’elemento che più ricordiamo degli egizi. Un sistema di scrittura apparentemente complicato, ma avanzatissimo e affascinante come un’opera d’arte.
Com’è noto, l’evento decisivo per la decifrazione dei geroglifici egizi (oggi diremmo ‘per craccarne il codice’) è il rinvenimento della famosa Stele di Rosetta e del lavoro di comparazione di Champollion. Questi, tuttavia, procedette in base all’assunto che a ogni geroglifico andasse associato uno o più suoni fonetici. C’è quindi tutto un aspetto simbolico che resta da indagare ed è oggetto ancor oggi di studio. A conferma del fatto che i misteri e gli enigmi dell’antico Egitto sono ancor lungi dall’essere svelati o sciolti.


Ma anche in questo caso l’intuizione del narratore colma i vuoti, in una forma che non può fare a meno di coinvolgere subito il lettore. Ecco come Taita, il protagonista di L’ultimo faraone, parla del ‘suo’ geroglifico, quello che lo rappresenta e identifica.
Non conosco nessuno capace di dipingere geroglifici con la stessa maestria della mia amata Tehuti. Aveva raffigurato il falcone dall’ala spezzata, il mio geroglifico personale, in maniera tale che sembrava dotato di vita propria, tanto che parve spiccare il volo dal papiro, dietro il velo di lacrime che mi colmavano gli occhi, per arrivarmi dritto al cuore.
Nel romanzo di Wilbur Smith, i geroglifici rappresentano non soltanto un sistema di scrittura e comunicazione, ma anche una sorta di sigillo personale o di codice personale identificativo. Ed essendo una raffigurazione dal valore anche simbolico, è inevitabile che il geroglifico prescelto rappresenti a suo modo le qualità e le debolezze della persona cui appartiene e che indica. Il falcone dall’ala spezzata rappresenta perfettamente Taita: lo sguardo acuto, capace di penetrare le distanze spaziali e, talvolta, perfino quelle temporali. L’animo da rapace, che lo induce ad avventarsi sulla preda con la spietatezza di un guerriero quando necessario. E quell’ala spezzata, a indicare una natura ferita, una fragilità che può essere tanto un ostacolo quanto una risorsa.
Tutte qualità che fanno del Taita di Wilbur Smith, il re dei romanzi d’avventura, un personaggio semplicemente indimenticabile.
Partecipate al nostro concorso!




