Un paese incastrato tra Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. Un fazzoletto di terra, se confrontato a quelli che erano i suoi confini di un tempo. Eppure che l’Armenia esista di nuovo - ufficialmente dal 1991, in conseguenza del crollo del Muro e la fine dell’Urss - pare quasi un miracolo, dopo il genocidio che ne ha sterminato la popolazione ai primi del Novecento, determinando la diaspora di persone senza più radici e con il sogno di una patria negata. Storie che Piero Marrazzo – al suo secondo reportage, dopo quello dedicato al dramma della Somalia - racconta in “I figli dell’Ararat – L’avamposto”, in onda stasera alle ore 23.30 su Rai3: un riferimento alla montagna simbolo dell’Armenia, quella in cui su cui si posò l’arca di Noè dopo il Diluvio e che si staglia sullo sfondo della capitale, Erevan, ma in territorio turco.

Il documentario ripercorre le vicende del popolo armeno: donne, uomini, famiglie che hanno attraversato la storia del ventesimo secolo, ricominciando altrove la propria esistenza. O confinandola in una prigione, come nel caso di Karikin Crikorian che – in carcere in Italia per terrorismo – ripercorre la propria vita: la follia della lotta armata, i lunghi anni di carcere, la consapevolezza di aver perso la gioventù. E senza mai aver visto la patria per cui ha tanto lottato. Ma ci sono anche personaggi di origine armena, diventati famosi, che vivono e lavorano in giro per il mondo: dal cantante Charles Aznavour, intervistato nella sua residenza nel sud della Francia, alla scrittrice Antonia Arslan, docente universitaria, autrice del libro “La masseria delle allodole” e collaboratrice di Famiglia Cristiana, che Marrazzo incontra nel Monastero di San Lazzaro degli Armeni a Venezia. E ancora, Vartan Gregorian, presidente di una delle maggiori istituzioni culturali statunitensi, la Carnegie Foundation di New York; e il documentarista Satenig Gugiughian, che vive a Roma e il cui padre è stato uno delle vittime della diaspora.