In ogni canzone di Brunori Sas, chi ascolta può ritrovare un pezzo di sé stesso. In tutti i suoi versi c’è un frammento di verità che ci riguarda personalmente, che svela qualcosa di noi frugando fra le pieghe della quotidianità. Si può forse spiegare così il successo del suo ultimo lavoro, A casa tutto bene, che dopo aver conquistato la Targa Tenco per la miglior canzone dell’anno con La verità è stato giudicato anche miglior album del 2017 dalla critica musicale.

Per chi ancora non lo sapesse, Brunori Sas è il nome d’arte di Dario Brunori, 40 anni, originario di Cosenza e oggi diviso fra Lamezia e Milano, due mondi lontani – come racconta in una delle sue canzoni – da cui si sente ugualmente attratto: quello delle mode e quello delle radici. Quel “Sas” appiccicato al suo cognome è un omaggio, ironico, alla fabbrica di mattoni del padre, in cui ha lavorato per un po’. Lo sanno bene i fan che, facendo registrare il tutto esaurito in molte date del tour nei teatri italiani, cantano a memoria e da cima a fondo i testi delle sue canzoni. Un processo di identi ficazione degno della miglior tradizione cantautorale italiana.

Come te la sei spiegata un’accoglienza così calorosa?

«L’album è giocato su un dialogo che io faccio con me stesso, ma l’ascoltatore lo percepisce rivolto a sé stesso. Ho dato voce a contraddizioni che, a quanto pare, non sono solo mie. Mai come questa volta la mia intenzione era proprio quella di fare canzoni che potessero appartenere a tutti, di raccontare le incertezze che caratterizzano il nostro tempo».

Le tue canzoni nascono da un’attenta osservazione della realtà. Con quale sguardo la interpreti?

«Anzitutto attraverso un sentimento di disincanto verso ciò che accade nel mondo, verso una deriva etica che mi colpisce e che denuncio, ma al tempo stesso attraverso il tentativo di rintracciare in me la radice di ciò che non mi piace. In questo modo credo di aver evitato ogni moralismo: non punto il dito, ma interrogo me stesso. Qui sta la chiave di A casa tutto bene».

Salute, casa, lavoro, relazioni, spiritualità: sono i temi che hai scelto per la trasmissione Brunori Sa che, dal 6 aprile, condurrai su Rai 3. Sembra un manifesto politico…

«Mi sono cacciato in un bel guaio. Sì, ho voluto trattare argomenti su cui gli esseri umani si arrabattano da millenni senza trovare risposte (lo dice ridendo, ndr). Parlerò con i miei ospiti di questi argomenti, con un tono non professorale, ma di conversazione fra amici».

A questo punto dell’intervista proponiamo a Brunori un gioco: anziché fargli nuove domande, ripeteremo alcuni versi delle sue canzoni, che potrà commentare liberamente. L’idea gli piace molto: «Mi emoziono a sentire le mie stesse parole», dice, e ancora una volta è diffi cile capire il confi ne fra ironia e serietà.

Partiamo da La verità: «Te ne sei accorto sì / che parti per scalare le montagne / poi ti fermi al primo ristorante / e non ci pensi più»…

«È l’ultima canzone che ho scritto, anche se apre l’album. Uscita questa frase, è venuto anche tutto il resto, l’ho scritta in cinque minuti. In un disco sulle paure, qui parlo del timore di abbandonare qualcosa a cui non vuoi rinunciare. Ma se ti aggrappi a ciò che è morto, perdi la vita, perché solo le cose morte non cambiano mai. L’incertezza è inestricabile dalla vita».

L’uomo nero: «Ed è un maniaco della famiglia / soprattutto quella cristiana /per cui ama il prossimo tuo / solo carne di razza italiana»…

«Era facile scivolare nella retorica, denunciando la contraddizione di chi si professa cristiano e poi erge muri, perciò ho adottato quel meccanismo narrativo con il quale faccio emergere in me quella stessa contraddizione. E racconto di quando in un autobus ho visto un ragazzo che leggeva il Corano e di come questa visione abbia suscitato in me reazioni inaspettate. Come diceva Gaber, è più interessante vedere il mostro in me che il mostro in sé».

Colpo di pistola: «L’amore è come un colpo di pistola»…

«Nell’affrontare un tema di attualità come il femminicidio, si nascondevano molte insidie. Allora da una parte ho descritto una storia in cui si confonde l’amore con il possesso, la persona diventa oggetto, dall’altra ho fatto in modo che fossi io stesso a interpretare questa parte».

Costume da torero: «Non sarò mai abbastanza cinico / da smettere di credere / che il mondo possa essere / migliore di così»…

«Risentendo le canzoni mi sono accorto che il disco cominciava ad assumere un’unica colorazione, quella della disillusione e del disincanto. Non dava invece spazio alla ragione profonda che mi spinge a scrivere canzoni: la voglia di crederci ancora. Di qui è nata l’esigenza di bilanciare queste due opposte tendenze. La presenza del coro di bambini suggerisce che è fondamentale mantenere uno sguardo positivo sulla realtà».

Vita liquida: «Liquidi i principi e il concetto di morale / liquido il miscuglio che mi aiuta a non pensare / che sono un uomo liquido»... Intanto, avevi in mente Zygmunt Bauman, il grande sociologo da poco scomparso che ha teorizzato il mondo liquido?

«Certamente: questa sua metafora rappresenta la condizione costante del disco, l’altalena fra stati d’animo e personaggi diversi e spesso contrastanti che ci abitano. Il brano è stato ispirato da un viaggio in Aspromonte, dove ho scoperto la storia del paese di Roghudi: a causa della minaccia di alluvione, gli abitanti sono stati trasferiti da quella zona abbarbicata fra le rocce al mare, dove è stato ricostruito il borgo. Ecco, questa migrazione dalla solidità delle rocce alla liquidità del mare è l’icona del nostro tempo. Dentro di me la cultura dei miei nonni, fondata su un’etica forte, convive con la fragilità della nostra epoca. Io oscillo fra questi due poli, sento di appartenere a entrambi».

(Foto Ansa)