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Milena Santerini.
Con Milena Santerini, pedagogista dell’Università Cattolica e fondatrice del Centro sulle Relazioni Interculturali, ragioniamo sulle “guerre culturali”, che non sono solo fuori dalle società, ma le attraversano al loro interno. Ne parliamo a partire da “Stranieri morali. Guerra e pace tre le culture” (Bollati Boringhieri, 2025), un libro che nasce dalla preoccupazione per l’aumentare dei conflitti etici e culturali (non solo etnici), in società che hanno normalizzato le guerre tra nazioni e gli “scontri di civiltà”. Intanto, «conflitti a bassa intensità – scrive Santerini – erodono la solidarietà delle comunità e facilitano la violenza, soprattutto in un momento in cui il ritorno dei nazionalismi e dei populismi, con la loro critica alla democrazia rappresentativa, costituisce un elemento di logoramento relativamente nuovo e potenzialmente molto pericoloso nell’Europa del XXI secolo».
Partiamo dal titolo: “Stranieri morali”, un’espressione ripresa dalla bioetica, a cui attribuisce un significato molto più ampio. Chi sono oggi, concretamente, gli “stranieri morali” nelle nostre società?
«Siamo abituati a pensare “straniero” solo chi viene da altri paesi o parla lingue diverse. In realtà, possiamo usare questo termine a proposito di persone che, pur vivendo nelle stesse comunità, non condividono idee, visioni, mentalità in campo morale, nella bioetica, sul lavoro, il denaro, il sesso, l’educazione. Sia chiaro, né gli uni né gli altri sono veramente “stranieri” dato che condividiamo un’umanità comune, ma siamo noi che li percepiamo come tali».
Altro termine importante: “natura”, va contrapposto a cultura?
«La falsa contrapposizione tra “natura” e “cultura” ha una lunga storia. In realtà, non abbiamo più un’idea di natura come grammatica di riferimento a cui ancorare la realtà, perché ci appare sempre più un immenso campo di incertezze, di variazioni, di rotture. Oggi, sappiamo che non esiste tale contrapposizione, ma la natura dipende anche dalla cultura. La natura crea la cultura, e a sua volta la cultura modella la natura».
“Culture wars”, guerre culturali, è forse il tema centrale del libro: come possiamo definirle? Sono scontri di idee, o guerre emotive?
«Ambedue. Nella superdiversity delle nostre città non si scontrano solo persone di paesi e lingue lontani, ma mentalità e modi di vivere vicini. Guerre etiche, non solo etniche, basate su un’idea distorta di cultura come qualcosa di statico e immutabile che contribuisce a dividere le persone, creando barriere a volte invalicabili. Ci si allontana emotivamente considerando l’altro diverso da noi, mentre condividiamo lo stesso desiderio di bene e felicità.
In che modo le guerre culturali hanno finito per travolgere anche i protagonisti dei film Disney?
Il campo dell’educazione e della narrazione per bambini rappresenta un ambito di scontro. Da un lato, produttori come Disney offrono modelli di mentalità aperta alla diversità; dall’altro, per piacere ad un pubblico eterogeneo, invece di caratterizzare i personaggi come se ognuno di noi potesse riconoscersi in esso, mettono in scena rappresentanti di ogni categoria (donne, neri etc), rischiando di contribuire alla polarizzazione della società. Anche nelle nostre scuole ci sono culture wars a proposito dell’educazione affettiva e sul ruolo della famiglia».
Scrive che “non è colpa di internet”, ma che le piattaforme amplificano le polarizzazioni. In che modo l’ecosistema digitale sta cambiando la nostra capacità di riconoscerci come simili?
«Abbiamo molti e buoni motivi per credere che il digitale ci trasformi profondamente, spingendoci a parteggiare per il “nostro” gruppo contro il “loro” (si pensi alla rapidità del click, alle bolle in cui siamo rinchiusi, all’anonimato dei messaggi). Non si tratta di tecnofobia, ma dei danni dei social network, gestiti da grandi capitali che ci manipolano, su cui occorre lanciare l’allarme, sulla base degli oggettivi cambiamenti che investono soprattutto le nuove generazioni».
Cancel culture e woke sono le accuse perfette quando si vuole zittire un avversario. Qual è il confine tra la legittima richiesta di riconoscimento e il rischio di nuove forme di dogmatismo culturale?
«Le minoranze chiedono legittimamente più spazio, riconoscimento, dignità e diritti. A volte però perseguono identità rigide, replicando confini ed esclusione, rischiando di “cancellare” le altre forme culturali. Da parte degli ambienti conservatori, e purtroppo spesso del potere politico, si usa ugualmente la censura per chi non la pensa come loro. Bisogna difendere un pensiero universalista di fronte a tutti gli eccessi».
Nel libro si parla di conflitti sul sesso, la vita e la morte. Perché proprio queste questioni rendono le persone così facilmente “straniere morali” tra loro?
«La bioetica è facilmente un campo di guerre culturali perché tocca corde profonde negli esseri umani. Ci sono visioni diverse di cosa è “dignità”. Tuttavia, nonostante queste differenze, nella fecondazione assistita o nel fine vita, ad esempio, troviamo al fondo lo stesso desiderio di difendere la vita umana: dobbiamo dialogare a partire da quello che ci unisce».
Culture particolari e principi universali possono stare insieme? È la sfida dell’intercultura, a cui lei ha dedicato molti studi.
«Il dialogo non tra le culture ma tra persone che hanno visioni diverse della vita è l’unica strada per la convivenza pacifica. La soluzione non è né il relativismo (tutto è lecito se è giustificato dalla cultura), né l’imposizione identitaria (la mia cultura è superiore). Senza questo dialogo interculturale in profondità (ricordo che le differenze armano anche gli eserciti) non c’è pace».
Il libro si chiude con una domanda decisiva: non se siamo stranieri morali, ma se vogliamo restare una comunità morale. Qual è la sua risposta?
«Le nostre democrazie sono fragili, e possono morire a causa della divisione tra i cittadini, che toglie fiducia al voler-vivere-insieme e agli strumenti democratici che servono per realizzarlo. Siamo già una comunità morale, abbiamo bisogno di affrontare conflitti e contrasti senza paura, convinti che quella tale mentalità, quella certa posizione sulle questioni etiche che riguardano la vita, la morte, la violenza, il sesso, l’educazione, gli stranieri, tutti elementi considerati come irriducibili, sono in realtà nient’altro che i tratti di una comune umanità. Quelle differenze/somiglianze sono espressioni della stessa paura della sofferenza e della morte e dello stesso desiderio di vita».




