La coincidenza temporale fra l’uscita del libro Vita sommersa e il tragico incidente delle Maldive in cui hanno perso la vita quattro sub italiani, è ovviamente del tutto casuale. Ma leggere ora di oceani e ricerca scientifica subacquea fa un certo effetto, anche perché nel romanzo d’esordio di Tara Menon il racconto è talmente vivido che pare di “immergersi” – è il caso di dirlo – nelle acqua trasparenti popolate di specie animali e vegetali. C’è poi un altro aspetto che porta a leggere tutto d’un fiato il racconto, ed è la narrazione della crisi climatica. Il tema ambientale permea talmente tanto l’esistenza delle protagoniste che difficilmente può lasciare indifferenti.

Docente di Letteratura inglese all’Università di Harvard, l’autrice è arrivata in Italia il 5 giugno, Giornata Mondiale dell'Ambiente. Nel libro, spiega, intreccia due vite e due incombenti disastri climatici. Da un lato New York alla vigilia dell’uragano Sandy del 2012, dall’altra la Thailandia prima dello tsunami del 2004. In mezzo Marissa e Arielle, due bambine che s’incontrano per non lasciarsi più. Marissa cresce in un’isola delle Andamane con il padre, biologo da poco rimasto vedovo, che vuole portare avanti le ricerche scientifiche della moglie sulla riproduzione delle mante. Lei e il mare sono una cosa sola (il suo nome non a caso deriva dal latino “maris”). Ed è proprio “in acqua” che conosce Arielle, il legame più profondo della sua vita. Un giorno un’onda possente travolge però le due ragazze. È lo tsunami del 2004: Arielle viene trascinata via mentre Marissa si salva. Il lutto per l’amica la segna per sempre. Otto anni più tardi Marissa è a New York quando arriva l’uragano Sandy.

Tara Menon, il lutto e l’amicizia sono i temi centrali del romanzo. Ma è la natura la vera coprotagonista del libro, come mai?

Tara Menon, 36 anni

«Mari e oceani sono il luogo in cui le ragazze scoprono la bellezza e l’abbondanza della vita, ma mostrano anche il lato più minaccioso dell’ambiente. La crisi climatica non è di là a venire, interessa il presente e ha già sconvolto il passato».
Perché fatichiamo a riconoscere la portata del climate change?
«Credo per due ragioni. Una è che quando i disastri avvengono lontano fatichiamo a rendercene conto. L’altra perché spesso si tratta di fenomeni che diventano comprensibili solo quando sono straordinari… come appunto un uragano o un tifone, mentre la parte più importante del cambiamento climatico avviene molto lentamente. La gravità è difficile da comunicare perché è noiosa mentre oggi siamo sempre alla ricerca di cose eccitanti. Siamo circondati da un senso di normalizzazione che deve assolutamente essere scosso».

L’amicizia che unisce Marissa e Arielle è unica. Che genere di legame è?
«Un legame è fatto di affetto, cura e accudimento. La loro amicizia è definita dalla preoccupazione per il benessere l’un per l’altra. Hanno anche un punto di vista comune, un orientamento condiviso sulle cose del mondo. Inoltre sono due amiche che litigano e lo fanno frequentemente. Ma questi litigi sono un punto di forza della loro relazione: si può litigare e dopo andare avanti come o meglio di prima».

Fra gli animali che popolano il romanzo spiccano le mante. Di quale specie si tratta?
«Le mante sono animali straordinari, intelligentissimi, fra i pesci sono quelli con il cervello più grande. Le mante femmine sviluppano amicizie di lungo corso, per questo hanno una posizione centrale nel racconto. Inoltre, le mante raccontano del lutto che sta attraversando il padre di Marissa, che nel testo rimane sottotraccia ma c’è».

La copertina del libro

Il distacco, prima per la morte della madre, poi per quella dell’amica, segna la vita di Marissa. I due lutti sono però profondamente diversi…
«Uno degli aspetti che volevo indagare nel libro sono proprio le diverse forme che può prendere il lutto, a seconda della relazione che abbiamo con chi ci ha lasciati. E, ancora, quali aspettative nutre la società nutre verso il lutto? Marissa viene vista come una persona che sta vivendo il dolore in modo improprio: vive un senso di tristezza profondo e molto lungo per la morte dell’amica e non per la morte della madre. Volevo indagare e giustificare questa forma di dolore rispetto ad altre più accettate nella società».
Il romanzo si intitola Vita sommersa. Riemergere è mai possibile?
«A New York Marissa cerca di reimparare a “nuotare” nel mare della vita, ma è bloccata, le sembra di non andare avanti. Il finale è ambiguo, saranno i lettori a coglierne il senso a seconda della propria interpretazione».