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Difficile, forse impossibile, trovare un italiano o un’italiana che non conosca un ritornello scritto da lui, che non abbia cantato almeno una volta sotto la doccia una sua canzone, che non fischietti insieme alla radio in macchina un suo successo.
Le canzoni di Giulio Rapetti, in arte Mogol (che nel 2007 ha adottato ufficialmente il suo pseudonimo come cognome), hanno fatto il giro del mondo e ancora oggi si cantano e ballano nelle nostre case.
A 89 anni, Mogol racconta la sua vita nel libro Senza paura, edito da Salani. I suoi testi sono vere e proprie poesie, che non hanno solo fatto la storia della canzone italiana, ma hanno fatto la nostra storia.


Perché la sua autobiografia si intitola Senza paura?
«È stato sempre il senso della mia vita: l’assenza di paura. Dettata, più che dal coraggio, dall’incoscienza. Infatti mi mettevo spesso in pericolo, soprattutto da bambino. Perciò mi ritengo protetto dal Signore e gli sono grato. Sarei un disonesto se non mi sentissi in debito per questo».
Qual è il segreto per vivere senza paura?
«Accettare il proprio destino. Io l’ho fatto e continuo a farlo».
Lei scrive che il 1963 fu l’anno in cui si comprese che i giovani avrebbero cambiato il mondo e che la musica avrebbe avuto un ruolo fondamentale in questo cambiamento. La musica di oggi potrebbe riuscirci?
«All’epoca il mondo cambiò anche grazie alla musica, portando gli artisti italiani a livelli altissimi. Era il trionfo della melodia. Oggi la musica è molto diversa, siamo in un’altra dimensione. Non è più la bella voce, il bel canto al centro dell’attenzione, ma è l’interpretazione credibile del testo».
Secondo lei il talento è di tutti, mentre la disponibilità ad applicarsi non è equamente distribuita.
«Non ci sono persone prive di talento. Tutti ne hanno uno. Però bisogna scoprirlo, farlo emergere. Come? Con lo studio. È lo studio che cambia le persone. Senza di esso il talento rimane inespresso. E poi ci vuole passione, naturalmente».
Come nasce una canzone?
«Nasce sempre prima la melodia. Il testo viene dopo, perché deve esprimere in parole quello che dicono le note. Non è una cosa semplice. Ci si riesce quando si è acquisita una tale pratica che diventa un automatismo. L’ispirazione ce la dà la vita: imprevedibile, inevitabile, straordinaria. Le storie vissute sono più sentite dalla gente, più capite. Valgono di più».
Quanto tempo ci vuole per scrivere un testo?
«In media non ci metto mai più di un’ora. Però è capitato che ci mettessi anche di meno. Come quella volta con Bobby Solo… Ho scritto il testo mentre eravamo in auto diretti allo studio di incisione. Dovevo consegnargli la canzone, ma me ne ero scordato. E così l’ho fatto nel tragitto in macchina, ed è nata Una lacrima sul viso».
Oggi le nuove generazioni utilizzano in media 800 parole, quasi la metà rispetto alle precedenti. Significa che le parole hanno perso valore?
«Può darsi che sia così, ma credo che le canzoni possano fare molto per rimediare. Possono arricchire il vocabolario, facendo scoprire a tutti termini inusuali o sconosciuti. Come quando ho usato in un testo la parola “uggiosa”, contro il parere del mio editore, che preferiva “grigia”. Così è nata Una giornata uggiosa, cantata da Lucio Battisti. Un pezzo fuori dal comune, dal punto di vista ritmico e musicale. Se lo si ascolta oggi sembra scritto ieri, non cinquant’anni fa».
Lei è un uomo di fede. Quanta religiosità c’è nei testi delle sue canzoni.
«Sono credente nel senso pieno del termine. Cerco di vivere la mia fede in modo coerente, mettendo questa coerenza anche nei miei testi. E la preghiera è molto importante: rasserena, consola, gratifica, sostiene, ci dà la possibilità di ridurre il debito che abbiamo col Signore. Tutti noi dovremmo pregare di più e insegnare ai bambini a farlo più spesso».
Nel 1992 ha fondato il CET (Centro Europeo di Toscolano), una scuola per valorizzare talenti musicali.
Quali qualità non dovrebbero mancare a un giovane autore?
«Prima di tutto l’autocritica, che deve essere severa. Non bisogna accontentarsi di un risultato raggiunto, ma andare oltre per migliorare. Il secondo requisito è l’esercizio alla rima, che è la base della poesia. E le belle canzoni sono poesie. Terzo, l’interpretazione della musica: ogni frase deve avere il colore della musica».
Uno dei valori coltivati da sin da giovane è la pace.
«Farei qualunque cosa in nome della pace. Nel 2000, con la Nazionale Cantanti, abbiamo organizzato una partita contro una squadra israeliano-palestinese: un’iniziativa che portò 80.000 persone allo Stadio Olimpico di Roma. Fu un vero miracolo. Sarebbe bello che accadesse di nuovo».
Citando un suo successo, la prima cosa bella che ha avuto dalla vita… qual è?
«Difficile rispondere. Ho avuto tante cose belle. Ho scritto per interpreti straordinari (Battisti, Mina, Celentano, Mango, Nicola Di Bari, Cocciante, Morandi, Gianni Bella e molti altri). Alle soglie dei 60 anni ho incontrato l’amore vero, mia moglie Daniela, che mi sostiene e mi completa in tutto. Questo è l’amore: una gara al soccorso reciproco. A lei ho dedicato una delle mie canzoni migliori, Dormi amore. Per tutto questo posso solo essere grato. E vivo ogni giorno il presente guardando al futuro. Senza paura».





