Se c'è un filo rosso che ha unito i giovani artisti saliti sul palco del 76° Festival di Sanremo, è la rinuncia alla maschera. In un'epoca che li vorrebbe sempre performanti, sempre vincenti, sempre "socialmente approvati", loro hanno scelto la strada opposta: quella della fragilità dichiarata, della vulnerabilità mostrata senza pudore, della domanda che resta sospesa senza pretendere risposta.

Non erano in molti, nella categoria Nuove Proposte e tra i Big under 30, ma hanno lasciato un segno profondo. Perché non hanno cantato l'amore facile né la vita da sogno. Hanno cantato la stanchezza, la paura dell'infinito, il dolore che diventa mattone per costruire, le poesie clandestine dell'anima, la fatica di stare al mondo in un'epoca che corre troppo veloce. In questo articolo, vorrei provare a raccontare chi sono e cosa hanno cercato di dire, lasciando che siano i loro stessi versi a parlare.

La ribellione silenziosa contro il mito della produttività

Mazzariello a Sanremo con \\\"Manifestazione d'Amore\\\".
Mazzariello a Sanremo con \\\"Manifestazione d'Amore\\\".
Mazzariello a Sanremo con "Manifestazione d'Amore". (ANSA)

Il brano di Antonio Mazzariello, Manifestazione d'amore, è molto più di una semplice canzone d'amore. È un vero e proprio manifesto generazionale. Il testo racconta la frenesia della vita metropolitana, le "sedici ore" di lavoro, lo "sciopero nazionale" e l'"assemblea condominiale" come metafore di una routine che schiaccia. Ma è il verso finale che colpisce come un pugno allo stomaco: "Ritorno da te dopo sedici ore. Che dici se andiamo a dormire? Spegni le luci che voglio sparire".

Qui Mazzariello tocca un nervo scoperto della sua generazione: la stanchezza cronica, il senso di inadeguatezza di fronte a un mondo che chiede sempre di più, la voglia di sottrarsi al mito della produttività a tutti i costi. E ancora: "Mi sono sentito morire e ho pensato al tuo nome alla fine". Non è solo una dichiarazione d'amore, ma la presa di coscienza che, in un sistema che ci vuole ingranaggi perfetti, l'unica ancora di salvezza sono gli affetti autentici.

La sua non è una ribellione urlata, ma sussurrata: è la rivolta di chi spegne le luci e sceglie la lentezza, di chi antepone la relazione alla performance. In un'epoca di "great resignation", Mazzariello sceglie la strada lenta e artigianale della crescita artistica, lontana dalle scorciatoie dei talent show. E in questo, senza saperlo, fa teologia: perché ci ricorda che l'uomo non è ciò che produce, ma ciò che ama.

Il dolore come mattone per costruire

Il testo di Angelica Bove, Mattone, è di una potenza disarmante. Angelica canta del suo rapporto con il dolore, della difficoltà di "stare male in modo normale, come tutte le altre persone". È una confessione che parla di fragilità psicologica, di quella fatica quotidiana che spesso i giovani vivono in silenzio, senza osare raccontarla. Ma il messaggio più bello arriva alla fine, in un rovesciamento di prospettiva potentissimo: "Dicono che porto un peso che per me è un mattone, ma un mattone serve a costruire". Il peso, il dolore, la fatica non sono solo zavorra da cui liberarsi, ma materiale da costruzione. Sono i mattoni con cui edificare la propria identità, la propria vita, il proprio futuro. Questa è una verità profondamente evangelica: san Paolo ci ricorda che "quando sono debole, è allora che sono forte". La fragilità non è una maledizione, ma una feritoia attraverso cui può passare la luce.

In un'epoca che tende a rimuovere il disagio, Angelica ha il coraggio di metterlo al centro del palco, di trasformarlo in arte. La sua voce diventa portavoce di tutti quei giovani che combattono con l'ansia e la depressione, e che hanno bisogno di sentirsi dire che anche il dolore può diventare fondamento.

Angelica Bove a Sanremo tra le Nuove proposte con "Mattone" (ANSA)

La mente sospesa tra ricordi a vuoto

Rocco Modello, in arte Chiello, presenta Ti penso sempre, un brano che lui stesso definisce "la mia canzone meno storta". Il testo, anticipato dalla parola chiave "agonia", parla di "una mente sospesa tra l'inizio e la fine di qualcosa", di "ricordi a vuoto" e "pensieri frammentati".

È il ritratto di una generazione che vive di frammenti, di connessioni interrotte, di relazioni che iniziano e finiscono senza lasciare traccia. Dietro l'estetica del "rapper vissuto" con il capello biondo e la farfalla tatuata, c'è una ricerca autentica: dare forma al caos interiore, trasformare in musica il disordine emotivo. Le sue parole prima dell'esibizione sono un motto per tutta la sua generazione: "Un po' di paura c'è ma cerco sempre di far prevalere il coraggio". Avere paura, ma andare avanti lo stesso. Questa è la fede laica dei giovani d'oggi.

Nayt a Sanremo con "Prima che"

L'uomo dietro la maschera

Il brano di Nayt, Prima che, nasce da una domanda cruciale: cosa resta quando si tolgono le sovrastrutture sociali e ci si incontra per quello che si è davvero? È una riflessione sull'identità, sulla maschera che tutti indossiamo, sulla difficoltà di mostrarsi autentici in un mondo che premia la finzione.

Nayt confessa: "Faccio fatica a stare insieme agli altri, ma ci provo. Con la musica cerco di parlare alle persone che si sentono sole". Ecco il messaggio più importante: la musica come ponte tra solitudini, come linguaggio che unisce chi si sente isolato, come spazio dove la fragilità individuale diventa forza collettiva. Il suo album "io Individuo" è tutto incentrato sul tema dell'identità, con brani come "Un uomo" che si chiedono "com'è che si fa ad essere un uomo?". Domande che non hanno risposta facile, ma che è importante porsi. Perché la prima verità, cristiana e umana, è che siamo fatti per la relazione, per uscire da noi stessi e incontrare l'altro.

Poesie clandestine e amore che è casa

LDA e Aka7Even, due giovani artisti napoletani, si presentano in duo con Poesie clandestine. La loro storia è già un messaggio: si sono conosciuti otto anni fa, poi persi e ritrovati, e ora vivono insieme ad altri ragazzi con la stessa passione per la musica, in una sorta di comunità creativa. In un'epoca di individualismo esasperato, scelgono la condivisione, la crescita collettiva, lo scambio. Il brano parla di un amore segreto, di "Napoli sotterranea", di un "limbo tra sogni e realtà". Ma il verso più bello è quello sulla casa: "Solo così ci sentiamo a casa". Per una generazione che fatica a trovare un luogo da chiamare "casa" - affettiva, geografica, esistenziale - questa dichiarazione è potentissima. La casa non è un luogo fisico, ma una relazione. Non è dove abiti, ma con chi stai. È una verità che la Chiesa custodisce da sempre: la vera casa è la comunità dei fratelli.

Niccolo' Filippucci a Sanremo con "Laguna" (ANSA)

Il messaggio comune: la forza della fragilità

Completano il quadro delle Nuove Proposte altri talenti emergenti. Nicolò Filippucci, classe 2006, porta Laguna, una power ballad intensa. Il trio Blind, El Ma & Soniko rappresenta il riscatto dalle periferie (Blind, rapper perugino), la multiculturalità (El Ma, giovane cantante bulgara), la contaminazione tra generi (Soniko, dj e produttore padovano). Ognuno di loro è un pezzo di questa generazione che vuole emergere con il proprio talento senza tradire sé stessi.

Cosa accomuna questi giovani artisti? In primo luogo, la rinuncia alla maschera dell'invincibilità. Non ci sono rapper che si vantano di soldi e successo, non ci sono cantanti che ostentano vite da sogno. C'è invece una generazione che ha scelto di mostrare le proprie crepe, di cantare le proprie paure, di mettere in musica la propria fragilità.

In secondo luogo, la ricerca di autenticità in un mondo che spinge alla performance. Mazzariello che spegne le luci per sparire, Angelica che trasforma il dolore in mattone, Chiello che confessa l'agonia, Nayt che vuole restare connesso alla realtà, LDA e Aka7Even che cercano una casa nell'altro: tutti loro stanno dicendo che la vita vera è altrove, lontano dai riflettori, dalle classifiche, dai like.

In terzo luogo, la capacità di dare voce a domande universali usando un linguaggio contemporaneo. Parlano alla loro generazione, ma parlano anche a tutti, perché le domande che sollevano - che senso ha la fatica quotidiana? come si convive con il dolore? cosa resta quando cadono le maschere? dove si trova la casa? - sono domande che appartengono a ogni essere umano.

Il Cantico dei giovani feriti

Nella lettura pop-teologica che ho proposto in questi giorni, ho definito Sanremo 2026 come il "Cantico delle creature ferite che cercano luce". Questi giovani artisti sono creature ferite. Portano addosso i segni di un'epoca che chiede troppo e dà poco, di un mondo che corre veloce e lascia indietro chi non tiene il passo, di una società che esalta la performance e dimentica la cura. Ma sono anche quelli che cercano luce. La cercano nelle relazioni autentiche, nella condivisione della fragilità, nella musica che diventa confessione e preghiera laica.

Non hanno preteso di dare risposte. Hanno avuto il coraggio di fare domande. E forse, in un'epoca che ha fretta di risolvere tutto, fermarsi a domandare è il gesto più rivoluzionario che si possa compiere.

I giovanissimi di Sanremo 2026 ci hanno ricordato che la vera forza non è l'assenza di debolezza, ma la capacità di abitarla e raccontarla. E che la bellezza, a volte, sta proprio lì: nelle crepe da cui passa la luce. Come scriveva un grande poeta – Leonard Cohen – "nelle crepe di ogni cosa abita la luce". E loro, questi ragazzi, di crepe se ne intendono. E di luce, anche.