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Carlo Conti, Laura Pausini e Can Yaman
Il sipario del Teatro Ariston si è alzato martedì sera con un doveroso ricordo di Pippo Baudo. Si è sollevato, però, anche il velo sulle inquietudini di un’intera nazione. Sanremo non è solo una kermesse canora, ma una "piccola cattedrale laica".
È un luogo dove la musica si fa ponte tra la carne e il cielo, tra un oggi che spesso mortifica l’umano e un Eterno che ascolta senza sosta. In questo inizio di Festival 2026, avvertiamo un’atmosfera densa: le canzoni scendono nelle nostre notti silenziose e si insinuano nei vuoti dei pensieri. Non sono semplici canzonette destinate a sbiadire con l'arrivo della primavera. I trenta brani in gara compongono un affresco corale e potentissimo dell'umanità contemporanea in cui, “le parole smettono di essere soltanto suono e diventano ferita, carezza, domanda”.


È qui che la Pop-Theology entra in gioco, non per imporre dogmi, ma per intercettare quel "seme di voce" che germina possibilità di cielo. Ed è proprio sulle domande radicali di senso che questo Festival costringe a interrogarci. Sanremo 2026 non offre risposte facili. Di sicuro non ha celebrato l'amore vincente o la forza trionfante. Ha messo in scena, piuttosto, la fragilità, la perdita, il dubbio, l'attesa. Ha cantato un'umanità inciampata, che si rialza faticosamente, che cerca un senso quando «il cielo pesa più del pavimento», come canta Enrico Nigiotti.
Di fronte a questo scenario, la riscoperta del sapere cristiano dell'amore – non come dottrina astratta, ma come esperienza viva di un Dio che si fa forza nella debolezza – può offrire una luce inattesa per abitare queste domande senza fughe e senza illusioni.


La sfida: dal Dio dei concetti al Dio delle Forze
In questi giorni che precedono l'ascolto profondo, dobbiamo preparare il cuore a un cambio di paradigma. La teologia che vogliamo narrare tra le note delle canzoni non è quella di un Dio rinchiuso nei manuali, un "Dio dei concetti" astratto e distante. Al contrario, cerchiamo il Dio delle Forze (Dynamis). È il Dio che incontriamo nel "mormorio di un vento leggero" evocato da Tommaso Paradiso, una presenza che non schiaccia ma consola. Nelle canzoni di quest'anno, sentiamo vibrare il paradosso di San Paolo: «Quando sono debole, è allora che sono forte». Questo è il Dio delle Forze: Colui che manifesta la sua potenza proprio nella debolezza e che trasforma la caduta in un inizio di ritorno. Come scrive Tredici Pietro, l’uomo semplicemente cade, ma in quella caduta scopriamo che sotto di noi non c’è il vuoto, ma mani che ci sollevano.
La fragilità come feritoia di Luce
Il tema portante di questa edizione sembra essere la gravità dell'esistere. Enrico Nigiotti ci consegna un'immagine potentissima: «A volte il cielo pesa più del pavimento». È l'esperienza del sogno che non solleva più, ma schiaccia. Qui la Pop-Theology riconosce l'umanità inquieta di Zeno Cosini o Alfonso Nitti: esseri sospesi tra il desiderio di volare e la paralisi dell'inadeguatezza. Tuttavia, il sapere cristiano dell’amore ci dice che questa fragilità non è l’ultima parola. Se Ermal Meta ci parla di una primavera che non arriva e di un silenzio da Sabato Santo, la fede ci ricorda che proprio lì Dio prepara una resurrezione che trasfigura la ferita. Guardare il cielo, come suggerisce Paradiso, non è evasione, ma una "postura spirituale" per riconoscere che l'uomo non basta a sé stesso. È la nostalgia d'infinito di chi osa credere che sopra la precarietà esista una fedeltà più grande.


Gli affetti, oltre la morte e l'algoritmo
Il Festival ci parla anche di un amore che "non passerà mai". Serena Brancale, cantando la madre perduta, tocca una densità sacramentale: l'amore materno diventa segno concreto dell'amore di Dio che non dimentica mai i suoi figli. In questo "silenzio interiore", la voce di chi amiamo diventa coscienza e eredità spirituale. È la "comunione dei santi" che si fa canzone: un legame che unisce vivi e defunti in un eterno «con me».
Ma l'amore autentico oggi deve fare i conti con un nuovo nemico: l'alienazione digitale. Dargen D’Amico ci mette in guardia dal rischio di perdere il volto dietro gli algoritmi dell'Intelligenza Artificiale. La Pop-Theology risponde con forza: l’uomo non è un codice. Nessuna macchina potrà mai sostituire la carezza di una presenza reale. Restare umani significa scegliere ogni giorno la misericordia e il rispetto dell’altro come espressione del divino. Fare la pace, come canta Leo Gassmann, è "naturale" perché Dio stesso si è riconciliato con noi per primo.


Verso una civiltà pacificata
Le canzoni di Sanremo 2026 sono "salmi contemporanei". Ci parlano di mostri interiori, di ferite che ci fanno inciampare e della mania di dover andare "solo bene". Ma proprio toccando il fondo si scopre la grazia. La nostra forza non sta nel non cadere mai, ma nel sapere che non siamo soli. Questo primo approccio al Festival è un invito a non restare neutrali davanti ai "muri e ai mari che uccidono". La bambina senza nome di Ermal Meta è icona di Cristo innocente che interpella la nostra umanità. Essere cristiani nel tempo significa non strapparsi il cuore per non soffrire, ma lasciarlo aperto affinché diventi il luogo della grazia. Il Festival ha inizio. Ascoltiamo, cantiamo, ma soprattutto: lasciamoci abitare dalla Forza che salva.
Le domande che salgono dal palco
Quali sono, allora, le domande radicali che i cantanti in gara hanno consegnato al pubblico?
1. Ha senso cadere?
È l'interrogativo che attraversa come un filo rosso l'intera kermesse. Tredici Pietro, in Uomo che cade, ne fa il centro della sua poetica: «È inevitabile cadere, sbagliare e sentirsi falliti». La caduta non è più un incidente di percorso, ma la condizione stessa dell'esistenza. La stessa domanda riecheggia in Nigiotti, quando ringrazia «chi mi salva ogni volta che tocco il fondo». Il fondo, il punto più basso, viene cantato come luogo paradossale di possibile salvezza. Ma perché cadere? E cosa, o chi, può renderci capaci di rialzarci senza che la caduta ci definisca per sempre?
2. L'amore vince davvero la morte?
Serena Brancale, in Qui con me, trasforma il lutto per la madre scomparsa in una struggente preghiera laica: «Scalerei la terra e il cielo / anche l'universo intero / per averti ancora qui con me». È il grido di chi non accetta che la morte abbia l'ultima parola. Ma l'amore che resta, che «non passerà mai», è sufficiente a colmare il vuoto? O è solo un'eco che il tempo attenuerà? La domanda è lacerante e universale.
Accanto al grido per la madre perduta, Arisa in Magica favola intona un'altra forma di lutto e riscoperta: quello per l'amore romantico finalmente trasceso. «Non c'è più bianco né nero / ma l'arcobaleno più grande che c'è / c'è l'arcobaleno qui dentro di me», canta, consegnandoci la più matura delle domande: e se l'amore che cerchiamo disperatamente fuori abitasse già da sempre dentro di noi? La sua "bambina che ritorna innocente" è l'icona di un io che smette di adorare sé stesso e scopre di essere, invece, amato. Ed è proprio in questa resa, in questa "debolezza" di non dover più dimostrare nulla, che fa irruzione la forza più autentica: quella di un amore universale che non ha più bisogno di cercare perché ha finalmente trovato la sua sorgente.
3. Dov'è Dio quando muore un innocente?
Ermal Meta, con Stella stellina, la rende ancora più esplicita e bruciante. La sua ninna nanna per una bambina palestinese uccisa a Gaza non è una preghiera di consolazione, ma un grido di impotenza: «Ho pensato anche di scappare / da una terra che non ci vuole / ma non so dove andare». Dove si nasconde il cielo quando la terra diventa tomba per i piccoli? Come si può ancora attendere la primavera quando «non c'è quel che c'era»?
4. Chi sono io davvero?
In un'epoca di maschere social e identità liquide, la domanda sull'autenticità emerge con forza. Leo Gassmann, in Naturale, cerca l'altro «al naturale», senza filtri. Michele Bravi, in Prima o poi, mostra il disordine della propria casa come specchio del caos interiore. Dargen D'Amico, con ironia amara, si interroga sul futuro dell'umano nell'era dell'intelligenza artificiale: «Ma la password salvata mi sembra sbagliata». Cosa resta di noi quando il mondo diventa codice? Siamo solo algoritmi o custodiamo un mistero che nessuna macchina potrà mai replicare?


5. Cosa ci salva dalla solitudine?
Tommaso Paradiso, ne I romantici, offre una possibile risposta poetica: «I romantici guardano il cielo». Ma è uno sguardo di fuga o di ricerca? In un mondo che produce connessioni virtuali e solitudini reali, l'invocazione delle Bambole di Pezza alla «sorellanza» come antidoto ai «tempi di odio» suona come un appello disperato. Ma da dove può nascere una fraternità autentica?
La risposta del Dio delle forze: non concetti, ma una presenza
Ecco, allora, che la sapienza cristiana, se riscoperta non come insieme di precetti ma come esperienza viva di un "Dio delle forze", può fecondare queste domande e indicare una via per abitarle. Il Dio delle forze non è il Dio dei concetti. Non è una verità astratta da dimostrare, ma una presenza che si fa prossima proprio lì dove l'uomo sperimenta il suo limite. San Paolo, nella Seconda Lettera ai Corinzi, consegna alla storia un paradosso che illumina tutto il Festival: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Non perché la debolezza venga magicamente cancellata, ma perché proprio in quello spazio di non-autosufficienza può fare irruzione una forza altra, una grazia che sostiene.
Questa è la risposta cristiana alle domande sulla caduta. Come ha scritto qualcuno, commentando il brano di Tredici Pietro: «Forse la fede non ci insegna a non cadere mai. Ci insegna a non disperare quando cadiamo». Il Dio delle forze non è un Superman che ci afferra prima dell'impatto, ma è Colui che nel Figlio ha scelto di cadere con noi, fino in fondo, fino alla croce. E proprio da lì, dal punto più basso, ha inaugurato la risurrezione. La caduta, allora, non è più solo fallimento: può diventare il luogo in cui si sperimenta una misericordia che rialza.
Alla domanda di Serena Brancale – se l'amore vince la morte – il sapere cristiano risponde non con un concetto, ma con un evento: la risurrezione di Cristo. Non è una consolazione a buon mercato, ma la promessa che la separazione non è definitiva. La «comunione dei santi» di cui parla la tradizione non è un'astrazione: è il legame reale che unisce vivi e defunti in Cristo. La madre di Serena Brancale «vive in pienezza» non perché il ricordo la tenga in vita, ma perché è custodita nel cuore di Dio. Quel «con me» ripetuto ossessivamente diventa, in questa luce, una professione di fede: l'amore ricevuto è più forte della morte perché partecipa dell'amore stesso di Dio, che è eterno.
Di fronte al grido di Ermal Meta, il Dio delle forze non offre teodicee, non spiega il male. Si incarna in quel grido. La bambina senza nome, come ogni innocente ucciso dalla storia, è assunta nel dolore di Dio stesso. Il Dio delle forze non è un sovrano impassibile, ma il Crocifisso che grida con il salmista: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». E proprio perché ha attraversato l'abbandono, può stare accanto a chi è «tra muri e mare». La fede cristiana non risolve il problema del male, ma offre una presenza che lo attraversa con noi, e in questo attraversamento promette che la notte non ha l'ultima parola.
Alla ricerca di identità – «chi sono io?» – il Dio delle forze risponde con una parola creatrice: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei prezioso e io ti amo» (Is 43,4). L'identità non è un costrutto sociale, non è un profilo social da ottimizzare, ma un dono ricevuto. Siamo «opere d'arte», come canta Patty Pravo, non perché ci costruiamo da soli, ma perché siamo pensati e voluti da un Amore che ci precede. In un mondo che ci chiede di essere sempre performanti, la grazia ci ricorda che possiamo anche non saper volare, come Nigiotti, e proprio lì essere amati.
Infine, alla domanda sulla solitudine e la fraternità, il cristianesimo risponde con un "noi" che non è somma di individui, ma corpo. «Portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2) non è un invito morale, ma la descrizione di una nuova umanità nata dall'eucaristia, dallo spezzare il pane insieme. La «sorellanza» invocata dalle Bambole di Pezza ha qui la sua radice più profonda: in un Dio che si fa fratello, e ci fa figli, e quindi fratelli e sorelle tra noi.
Sanremo 2026, allora, non è solo spettacolo. È il luogo in cui l'uomo contemporaneo ha confessato le sue ferite e le sue domande più radicali.
La riscoperta del sapere cristiano dell'amore – non come dottrina, ma come incontro con il Dio delle forze che si rivela proprio nella debolezza – può aiutare a non fuggire da queste domande, ma a viverle come luogo di possibile rivelazione.
Perché, come ci hanno insegnato questi giorni di musica, anche quando «non c'è quel che c'era», anche quando il cielo pesa più del pavimento, può esserci una luce che si prepara nell'ombra. E chi ha il coraggio di guardare in alto – i romantici, ma anche i credenti – forse può intravederla. Non per fuggire dalla terra, ma per trovare la forza di abitarla con speranza.
Nota dell'autore: questo contributo apre la serie di "Letture Teologiche" che accompagneranno Sanremo 2026. Non cerchiamo risposte definitive, ma custodiamo la domanda: cosa resta dell'umano quando la musica finisce? Resta l'amore. E l'amore, in Cristo, non passa mai.




