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C’è chi nomina Dio espressamente e chi non lo fa. Eppure, anche se il riferimento religioso in alcuni casi resta sullo sfondo, molte canzoni in gara al 76° Festival di Sanremo ruotano attorno a esperienze che, da sempre, appartengono all’orizzonte del sacro: promesse, nascite, perdite, attese... Tra storie d’amore che guardano al matrimonio, lettere a chi non c’è più e canzoni che toccano il tema della guerra, il pop italiano torna a confrontarsi con i grandi passaggi della vita. Non necessariamente con un linguaggio confessionale, ma con una trama emotiva che intercetta bisogni e domande molto concrete dell’essere umano.


Spiritualità implicita
In questa zona di confine si colloca la lettura di don Massimo Granieri ai brani in gara alla più famosa kermesse della canzone italiana. Secondo il sacerdote e critico musicale de L’Osservatore Romano, molti di questi testi intercettano una dimensione spirituale anche quando il riferimento a Dio resta implicito: «Non è teologia spiegata sui libri», osserva, «ma è l’esperienza umana della finitudine e dell’infinito». Quando un brano racconta una nascita, una promessa o una perdita, spiega Granieri, «evoca una realtà che porta l’impronta dell’Altissimo». Per il sacerdote, la questione non è se Dio venga nominato o meno, ma «la serietà con cui vengono affrontati questi temi». E perché in questi racconti affiori davvero una dimensione più profonda, il passaggio non è automatico: «A volte ci si ferma a un sentimentalismo di superficie. Altre volte, invece, s’intravede il desiderio che la vita non sia solo una somma di emozioni passeggere, ma un intreccio di legami, responsabilità e fedeltà».


Non è un caso, allora, se tra i temi che tornano con più insistenza in questo Sanremo c’è quello della promessa. Brani come Per sempre sì di Sal Da Vinci o Ora e per sempre di Raf riportano al centro del racconto pop l’idea di un amore che non si esaurisce nell’emozione del momento, ma che guarda alla fedeltà e alla costruzione di un futuro condiviso. Per Granieri questa non è solo una scelta narrativa: «Il “per sempre” è una parola enorme, impegnativa. È una parola che nasce dal matrimonio cristiano, dalla promessa fatta davanti a Dio», spiega. E, anche quando non viene esplicitato, questo linguaggio porta con sé inevitabilmente un’eredità culturale profonda, sedimentata nel tempo. In un’epoca segnata dalla provvisorietà, osserva il sacerdote, cantare il matrimonio finisce quasi per assumere un valore controcorrente: «È un atto di ribellione» in un contesto in cui tutto sembra reversibile e temporaneo. Riappare, infatti, «il desiderio di una casa, di un futuro costruito insieme», il bisogno di qualcosa che duri oltre la stagione delle emozioni. «La vera domanda», aggiunge, «è se crediamo davvero a quel “per sempre” o se lo usiamo solo come una bella rima». Perché, precisa, «la differenza tra una canzonetta e una testimonianza di vita sta tutta qui».


Amore che si allarga
Non è solo la promessa tra due persone a emergere nei testi in gara. In alcune canzoni, l’orizzonte dell’amore si dilata fino a comprendere la dimensione familiare e generativa. È il caso, ad esempio, di Enrico Nigiotti che, nel suo brano Ogni volta che non so volare, affida ai figli il ruolo di punto fermo nei momenti di smarrimento; o di Mara Sattei, che in Le cose che non sai di me guarda al matrimonio come progetto di vita condiviso. Poi ci sono altri brani, come Magica Favola di Arisa, che invitano ad allargare l’idea di amore oltre il solo sentimento romantico, lasciando emergere una concezione più ampia della relazione.


Insomma, quando l’amore non si chiude nel possesso ma si apre agli altri, osserva Granieri, si avvicina a «uno spazio in cui diventare più umani». È il segnale del bisogno diffuso «di non bastare a se stessi» e di riconoscere che la felicità non è mai solo un fatto privato. Anche sul versante familiare, il sacerdote invita a leggere questi testi in profondità, perché quando un genitore canta i figli come il luogo da cui ripartire, spiega, «sta ammettendo che la sua esistenza non dipende solo dai suoi successi o dai suoi fallimenti». È un movimento di decentramento, perché «i bambini ci spingono a guardare fuori da noi stessi».


In questa prospettiva, la genitorialità raccontata nella musica contemporanea diventa anche un richiamo alla responsabilità. Diventare genitori, osserva Granieri, significa riconoscere che la vita non ci appartiene pienamente: «Non siamo noi l’origine», conclude Granieri, «e siamo chiamati a servire qualcuno che verrà dopo di noi».
Dolore che interroga
Accanto ai racconti di amore e progettualità, il Festival di quest’anno lascia spazio anche a una dimensione più ferita e inquieta. Lo fa attraverso Ermal Meta che, con il brano Stella stellina, sceglie di guardare alla guerra attraverso la storia di una bambina di Gaza, o attraverso Serena Brancale, che in Qui con me trasforma in musica la perdita di sua madre.


Massimo Granieri, a tal proposito, osserva che proprio nei momenti di rottura emergono le domande più radicali. Il lutto, osserva, «è il momento in cui l’uomo si pone le domande più vere: “C’è qualcosa oltre? Perché moriamo?”». E, in questa zona fragile dell’esperienza umana, la musica può diventare uno spazio di soglia, capace di tenere insieme presenza e assenza, visibile e invisibile, e di dare voce a un legame che non si rassegna alla parola fine.
Questo vale anche di fronte alla guerra, aggiunge, perché la canzone può assumere un ruolo tutt’altro che marginale. Per esempio, la frase del brano di Ermal Meta che dice «Non basta una preghiera per non pensarci più» non va letta come una svalutazione della dimensione spirituale, ma piuttosto come una provocazione rivolta a chi rischia di ridurre la preghiera a un gesto per sentirsi la coscienza a posto. Davanti all’orrore, osserva Granieri, la musica può e deve diventare «una coscienza inquieta». Una canzone non ferma i conflitti, dice, ma «può impedire che noi diventiamo indifferenti» e continuare a dare un nome al dolore, soprattutto quando l’eccesso di informazioni rischia di anestetizzare le coscienze. È anche per questo, avverte, che la musica d’autore avrebbe oggi «un bisogno estremo di tornare a occuparsi di ciò che accade nel mondo» anche se, su un palco popolare come quello dell’Ariston, questo compito non sempre trova spazio.


Il pop, conclude Granieri, «non annuncia una fede compiuta», perché nasce per intrattenere. Ma a volte «custodisce le domande dell’uomo». E forse, in un tempo saturo di parole e di rumore, aiutare a non dimenticarle è già un compito tutt’altro che secondario.




