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Compiti estivi sì o compiti estivi no? Col suono dell’ultima campanella torna puntuale uno dei dibattiti più accesi tra genitori. C'è chi programma esercizi e ripassi per non perdere il ritmo e chi, invece, considera l'estate un tempo prezioso da dedicare alla scoperta, al gioco e alla lettura. Del resto, non esiste una formula valida per tutti: ogni famiglia trova il proprio equilibrio tra svago e apprendimento.
Lo dimostra anche la nostra redazione, dove due colleghe-mamme, appartenenti a generazioni diverse, si sono confrontate su questo tema scoprendo di avere idee quasi opposte. Da una parte Chiara, 49 anni, sostenitrice di un approccio più organizzato e volto a seguire le indicazioni della scuole; dall'altra Orsola, 60 anni, convinta che durante le vacanze i suoi ragazzi dovessero soprattutto coltivare curiosità e passioni, in particolare belle letture. Due visioni differenti, entrambe mosse dallo stesso obiettivo: accompagnare al meglio la crescita dei propri figli.
Chiara la “programmatrice”
Finisce la scuola e inizia il tormento dei compiti delle vacanze. Perché vanno fatti, non si può scegliere se farli o meno e questo è il mantra che ripeto ogni estate ai figli. “Basta organizzare il tempo” e allora contiamo insieme quante pagine ci sono da fare, le dividiamo per i giorni di vacanza che ci aspettano, togliendo ovviamente quelli dedicati a stare tutti e quattro insieme – cosa eccezionale nella vita di una famiglia oggi e che non supera mai le due settimane – e poi si parte.
Un progetto perfetto, che non fa una piega se non… quella del libro che viene puntualmente trascinato di qua e di là, in macchina - al centro estivo – in gita – per restare a fine giornata intonso. Allora si riprogramma la suddivisione delle pagine, in un esercizio continuo di divisioni e moltiplicazioni che fa molto bene al ripasso di matematica, ma molto poco al sistema nervoso degli adulti. Questa volta, però, lo scenario è diverso: entrano in campo i nonni perché ormai i giorni dei genitori sono finiti.
I nonni in vacanza in montagna insieme a noi danno man forte: “Almeno un’ora al giorno perché siamo a fine luglio o non arriviamo in tempo” è il mandato consegnato alla nonna, prof delle medie in pensione. Chi meglio di lei? Peccato che per i nipoti diventi subito “la signorina Spezzindue” di Matilda di Roald Dahl. Questa estate, poi, peggio mi sento: Bianca, la più grande, 11 anni, ha finito le elementari e non si sogna di fare niente. “Se non questa estate, quando?” mi ripete incessantemente. Non sa ancora che la nonna Serena/Spezzindue ha programmato dieci minuti di analisi logica al giorno per arrivare fresca fresca di ripasso alle medie. Di contro, Luca, 8, invece ha ricevuto in dono un libro dell’estate che ha già le materie divise per giorni e per settimane. Chissà che almeno uno dei due questa estate non arrivi pronto per l’inizio dell’anno nuovo!
Orsola la “bibliotecaria”
Se c’è una cosa che non ti aspetteresti mai di sentirti rinfacciare è quella di non aver obbligato una figlia a fare i compiti. «Io non vedevo l’ora di comprare il libro delle vacanze. Lo avrei voluto avere già il primo giorno dopo la fine della scuola e tu invece mi facevi aspettare», mi ha detto poco tempo fa Natalìa, 27 anni. Il tutto in una chat di famiglia alla quale si sono subito uniti i fratelli, Antonio, 30 anni, e Letizia, 25.
La sentenza è stata unanime: non ho mai insistito perché facessero i compiti e, in alcuni casi, sarei arrivata persino a dire di non affannarsi a finirli perché «tanto nessun insegnante avrebbe avuto il tempo di correggerli».
Non so se questo atteggiamento, mio e di mio marito, nella loro testa sia in fondo anche un merito. Preferisco però guardare il lato positivo. Tra i ricordi che conserveranno, belli o brutti che siano, non ci sarà mai quello di essere stati ossessionati in famiglia da studio e compiti.
Resta da capire perché avessi preso una posizione così distante da quella di molti altri genitori. Credo che alla base ci fosse, innanzitutto, la fiducia nelle loro capacità scolastiche: anche senza esercitazioni estive, pensavo, in un modo o nell’altro se la sarebbero cavata. Sicuramente ha influito anche il mio complicato rapporto con la scuola, che mi portava a considerare l’estate come il tempo necessario per sgombrare la mente dalle preoccupazioni che lo studio mi aveva sempre procurato.
Come? Facendo sport, coltivando amicizie, viaggiando e, soprattutto, leggendo.
Alla base della mia riluttanza verso le pagine e pagine di esercizi assegnati per le vacanze c’era infatti una convinzione profonda: per migliorarsi, imparare, scoprire cose nuove e crescere basta un bel libro. Anzi, più di uno. Un romanzo capace di rapirti nelle giornate di ozio estivo, di farti conoscere storie e persone che altrimenti non avresti mai incontrato. Di farti sognare a occhi aperti e spingerti a cercare altro, e poi altro ancora.
È vero, dunque: non li incitavo a finire i compiti delle vacanze. Facessero pure ciò che avevano voglia di fare. Piuttosto li spingevo a leggere, a entrare in libreria per scegliere un libro, a passarselo tra loro e ad ascoltare i miei consigli almeno in questo campo.
Ci sono riuscita. Tutti e tre sono diventati grandi lettori. E tra i ricordi più belli che conservo delle loro lunghe e oziose estati in famiglia c’è proprio questo: vederli in spiaggia, sul dondolo in giardino o in camera, al fresco, immersi in un romanzo. Catturati da una storia, incantati da un personaggio.
«Chi non legge vive una sola vita, la propria. Chi legge vive migliaia di vite, viaggiando nel tempo e nello spazio attraverso le pagine», diceva Umberto Eco. Ed è quello che ho sempre desiderato per loro e che continuo a desiderare per tutti i ragazzi. Perché, al di là dell’indiscussa importanza dello studio, quello che impari da un romanzo, spesso, ti accompagna per tutta la vita.






