Una dodicenne della provincia di Reggio Emilia è stata picchiata due volte da altre sue compagne. La prima volta il pestaggio è stato interrotto da un sacerdote. La seconda volta da educatrici della vicina scuola. La ragazza picchiata è tornata a casa senza raccontare nulla di ciò che le era successo e non ha chiesto aiuto ai genitori. Le scene del suo pestaggio erano però state riprese dai coetanei presenti al fattaccio e stavano facendo il giro dei social, tanto che i genitori della vittima hanno scoperto tutto attraverso questi video diventati virali. Perciò hanno accompagnato la figlia prima in ospedale e poi in questura per sporgere denuncia.

I genitori della vittima raccontano che quando si è saputo della loro intenzione di sporgere denuncia hanno ricevuto molte intimidazioni a non procedere in tale senso da parte dei minori coinvolti nella situazione. Al tempo stesso, sembra che quasi nessun genitore dei ragazzi appartenenti al branco si sia palesato per chiedere scusa e fornire supporto.

Queste storie di violenza e bullismo tra giovanissimi purtroppo oggi sono frequenti. In questa vicenda però ci sono alcuni aspetti inediti rispetto ad altre vicende simili. Qui la violenza è stata agita all’interno di un gruppo tutto al femminile. Le ragazze si picchiavano mentre i ragazzi riprendevano con lo smartphone. Non è certo un segno di parità di genere il fatto che le ragazze si diano le botte come i loro coetanei maschi. Bensì è un segnale che la violenza è sempre più normalizzata. Che anche tra le ragazze il bullismo, che è quasi sempre stato un fenomeno basato su parole ostili e dinamiche di esclusione, oggi avviene invece senza “esclusione di colpi”. Si può anche picchiare chi voglio umiliare, procurare sul suo corpo lividi e fratture, come è accaduto in questo caso.

La desensibilizzazione verso la violenza, non più ritenuta da condannare ma quasi da esaltare, in questa vicenda è dimostrata anche dal desiderio di riprenderla e diffonderla dentro i social. E colpisce che la vittima non abbia voluto raccontare ai genitori ciò che le era accaduto e che sia stata poi curata e attenzionata solo dopo che quelle scena di lotta subita, sono diventate virali.

Infine, è davvero preoccupante che la comunità adulta non abbia fatto squadra intorno alla famiglia della vittima. Non può esserci crescita vera se non c’è un villaggio a sostenere quella crescita. E qui le famiglie sembrano non solo assenti e latitanti, ma addirittura conniventi con i figli bulli. Il rischio è che chi cresce non abbia più riferimenti per capire ciò che è bene e ciò che è male, ciò che si può fare e ciò che – al contrario – non solo non si può fare ma è un reato, se decidi di farlo. Questa storia deve obbligare la comunità in cui è avvenuta ad un processo di presa di consapevolezza collettiva, in cui ragazzi e adulti tornare a fare squadra e a non essere branco.