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Una veglia in solidarietà con le vittime della tragedia di Crans-Montana
In questi giorni sono state celebrate le esequie dei sei ragazzi italiani morti nel rogo di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera. In tutte le scuole d’Italia è stato osservato un minuto di silenzio e diverse città hanno proclamato il lutto cittadino. Restano famiglie e amici distrutti dal dolore, che si ritrovano a dover affrontare il vuoto lasciato da chi amavano e che è tragicamente scomparso troppo presto, nel giro di pochi minuti. Abbiamo chiesto una riflessione al 50enne don Francesco Fiorillo, responsabile della Fraternità Monastero San Magno a Fondi (Latina), dove ha fondato “Nain”, gruppo di genitori che rinascono un giorno alla volta dopo la scomparsa di un figlio. Ha raccontato questa esperienza nel volume “Funamboli. Genitori che camminano sul filo dell’Oltre” (Paoline). Ora è in libreria con “Fiorisci in pieno inverno. 365 semi per ripartire ogni notte”.


Come affrontare questo lutto innaturale, data la sua esperienza di accompagnamento dei genitori che hanno perso prematuramente i figli?
«Il dolore è il regno della delicatezza, bisogna attraversarlo in punta di piedi. Davanti alla morte di un figlio, di una figlia, ogni parola resta insufficiente. Non ho mai creduto che il dolore faccia crescere. Ciò che fa crescere è invece l’amore che versiamo dentro a quello squarcio di dolore. Per questo, davanti alle sofferenze e alle fatiche delle persone sento di poter offrire solo pochi, scarni suggerimenti».
Quali?
«Il primo è un invito a stare dentro quella situazione, a non scappare. Cosa fa una mamma accanto al bambino che brucia per la febbre? Sta. Stare vuol dire accettare il silenzio della vita davanti alla prova, il silenzio assordante di Dio durante le nostre sofferenze. Durante la tormenta del dolore ci sentiamo come una bottiglia in mare, abbandonati e in balìa, ma se riusciamo a stare in quelle onde, qualcuno, prima o poi, ci raccoglierà perché la prova, ogni prova, ha un inizio e una fine. E poi, in presenza del dolore, bisogna imparare a curare il presente. La vita esiste, va avanti, anche quando è fatta di fatica e sofferenza: il dolore non va negato, non va considerato come un corpo estraneo. È il mio dolore, appartiene a me. Non posso evitarlo. Neanche chi ha fede può farlo. La fede non ci risparmia il dolore. Dio protegge non dalla sofferenza, ma nella sofferenza. Infine, il terzo passaggio, quello decisivo, è imparare a trasformare. Il dolore di per sé non produce né senso, né direzioni. Siamo noi a dare senso al dolore: nominandolo, attraversandolo, domandolo e alla fine trasformandolo in forza e in amore. Quando il dolore si trasforma in amore, lascia segni su di noi: restano le cicatrici, i graffi causati da quel passaggio, non saremo mai più gli stessi. Tutto cambia. “Conosco una solo maniera per misurare ora il tempo: con te o senza di te, prima di te e dopo di te”. La storia del tuo vivere è ora spaccata in due, separata dalla morte del figlio, della figlia. La tua esistenza: due vite in una. Diverse, nuove, non scelte ma vissute. La prima è ora una sorta di vertigine che ti spinge a salire per trovarne il senso, la seconda una voragine che ti getta nel profondo per rifiutarne il senso, entrambe da vivere. Il dolore ci trasforma, ci apre, ci scarnifica».


Come si attraversa un dolore come questo?
«Non metterlo ai margini, ma nel mezzo, starci dentro, curarlo per quanto possibile e attraversarlo con amore, per trasformare la sofferenza in luce. Se riusciremo a farlo, nel braciere del nostro cuore troveremo ciò che avremo partorito: la nostra perla rara, il nostro tesoro, la nostra goccia d’oro. E capiremo l’unica cosa che c’è da capire: che siamo qui per amare la vita, anche quando il dolore della morte di un figlio, di una figlia, ci ha scarnificato. Saper colare oro dentro quegli spazi vuoti e doloranti che sono le nostre ferite non è cosa da poco. Ma bisogna imparare a farlo, perché se non ci riesci o se almeno non cominci, quelle stesse ferite ti travolgeranno».
Quindi a suo parere quali sono i passaggi interiori necessari per un percorso umano e spirituale di elaborazione del lutto?
«Il lutto non è una malattia. Non va curato, non va elaborato o capito: ha vita propria, è in continuo movimento dentro la vita di chi lo vive, nonostante tutto. Non si può trattare la morte di un figlio, di una figlia, come una piaga che passerà, oppure come una macchia che andrà via con il passare del tempo. Il lutto cambia continuamente dentro la nostra esistenza: va avanti, torna indietro, rimane fermo per un po’ per poi ricambiare ancora. Come surfisti, possiamo solo imparare a cavalcare l’onda, cercando di non farci travolgere. La morte ha vita propria dentro chi rimane in questa parte di vita. Il lutto è vivo».
Cosa lo rende vivo?
«La memoria. La necessità di far memoria conta molto di più dei semplici ricordi. La memoria ha a che fare con ciò che rimane, il ricordo con quello che non c’è più. Dovremmo concederci il far memoria dei nostri figli e non vivere di ricordi che spesso ci allontanano dalla vita. Mi ha sempre colpito la scelta di Gesù nell’Ultima Cena, quando dice ai suoi amici: “Fate questo in memoria di me” e non “Ricordatevi di me”. Far memoria non è semplicemente richiamare in forma di ricordo un evento o una persona con un atto interiore, intellettuale o psicologico; significa invece compiere ancora un atto, richiamarlo con il racconto della sua storia, della sua vita di ora, sapendo che nel momento in cui lo si attualizza ha la stessa efficacia che aveva in origine. Memoria e azione sono intimamente connesse tra loro; per questo “fare memoria” del proprio figlio defunto è sempre un’azione viva ed efficace, a differenza del ricordare che ha a che fare con il passato, con qualcosa che non ha più efficacia nel presente e continuamente ci butta nella lacerazione dell’“ora non c’è più”. Nella morte incontriamo il Dio irriconoscibile. Dobbiamo lasciar perdere tutte le nostre rappresentazioni di Dio e di noi stessi, e semplicemente consegnarci al vero Dio che scompiglia tutti i nostri piani e idee, programmi e aspettative, e che ci squarcia, ci dilania, per aprirci totalmente a Lui. Dio non ama le certezze e le sicurezze, e il dubbio non lo considera mai un peccato. Dio ama coloro che gridano, che non sanno. Ho sentito troppe volte balbettare da preti e famigliari frasi come: “Tuo figlio ora è un angelo, Dio strappa i fiori più belli per piantarli nel suo giardino, i vostri figli non vi appartengono sono di Dio”. Bestemmie. L’espressione è forte, ma non la ritiro. Dio raccoglie e accoglie, di certo non strappa: non è egoista. E i figli sono un dono prezioso e sono dei genitori quanto di Dio. Bisognerebbe fare tutti un po’ più di silenzio di fronte alla morte e lasciare che le domande e l’incredulità e anche la rabbia verso Dio fluiscano, come un fiume, senza trattenerle. Dio non ha bisogno di noi per spiegare, non è venuto a spiegarci il dolore e la morte, ma per riempirli della Sua presenza anche quando non la sentiamo. Lui sente il tuo dolore. Ha una immensa sensibilità, così grande da stare in silenzio per amore, anche quando noi vorremmo risposte. L’importante è la fame di desiderio di Qualcuno che è oltre me e che, Oltre, mi attende a braccia aperte. Qualcuno che a braccia spalancate tiene stretto a sé tuo figlio, tua figlia, che ha lasciato che il suo capo si poggiasse sul cuore dell’Eterno per prendersene cura, per continuare l’amore che voi genitori gli avete dato. Non lascerà cadere nemmeno un gesto, una carezza, un abbraccio, uno stimolo, una protezione, un bacio, che gli avete dato».


Ci può raccontare l’esperienza di qualche famiglia che ha affiancato in questo cammino?
«Non racconto l’esperienza vissuta da qualche genitore del gruppo Nain, per la morte di suo figlio, sua figlia. Non potrei per l’intensità. E a dire il vero non voglio. Ha un’intimità così immensa che non può essere sciupata da un racconto di altri. Provo invece a raccontare come loro, i genitori che hanno perso un figlio, hanno profondamente cambiato la mia vita di uomo e di prete. Da quando ho incontrato voi genitori che camminate sull’orlo dell’abisso non sono più lo stesso. Mi avete insegnato che la morte diventa una fedele amica, una sorella. Che le lacrime non vanno asciugate, non vanno respinte, ma bisogna lasciare che ci inondino il viso, così la morte non va capita e né messa ai margini: bisogna lasciarla essere, come la potenza della vita, trasformarla in tenerezza e in amore. Me l’avete insegnato voi, che non state combattendo la morte ma contemplate la vita, che fate della rabbia un grido d’amore, che avete il coraggio di continuare a vivere quando avreste tutti i motivi per maledire la vita. Voi che avete ora più di me, più di noi, la persona che amate tatuata sulla pelle della vostra anima. E dite, con la vostra vita spezzata, che continuare a vivere e curare le persone rende tutto più vero, perché tutto ha un senso. Non è nella malattia, nell’incidente, nell’imprevisto, nell’inevitabile che va cercato il perché della morte, ma nelle vite dei vostri amati figli: sono le loro vite che hanno avuto un significato e le loro forze positive possono essere ancora feconde a patto che non ci si scagli con durezza e rigidità contro la vita, ma la si abbracci per vivere l’infinito. Voi rappresentate il dono più bello del mio cammino di uomo e di sacerdote, mi mettete sempre a contatto con le radici della mia fede, interpellate di continuo il mio vivere su questo pianeta, e soprattutto mi fate toccare la tenerezza di un Dio che non è mai assente nella sofferenza, ma è accanto a voi ora, piangendo con voi. Dio non è venuto a spiegarci la morte ma a riempirla della Sua presenza. Vi prego, gridatelo nei giorni di memoria dei vostri cari, dite che nemmeno la morte può fermare l’Amore. Abitando quel Camposanto, siate voi luce che illumina le tenebre, siate voi cuore per chi ancora è sbattuto dalle onde del dolore. Nel braciere del vostro cuore possano trovare quell’amore che non sentono più. La morte non è il giorno della fine, della separazione, dei fiori, ma è il giorno che dà senso a tutti gli altri giorni, è il primo bacio dentro l’eterno. Nel vostro dolore i vostri amati verranno a trovarvi nel vostro camposanto, per farvi riscoprire il tesoro della vita, per trasformare il vostro dolore in amore, in amore per tutti. Perché chi più di voi può comprendere quanto vale una carezza, un bacio, un abbraccio, una parola dolce. Oggi e domani siate seminatori di bellezza e di attenzione verso l’altro, voi che avete vinto l’indifferenza, perché nulla più vi è indifferente. Io, noi proveremo a metterci al vostro fianco in silenzio. Perché è dentro il silenzio che sentiremo che torneremo ancora e ancora e ancora… I vostri figli non sono più dov’erano, ma sono ovunque voi siate!».








