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La Lotta di Giacobbe con l’Angelo (1659) di Rembrandt, visibile alla Gemäldegalerie di Berlino. L’episodio biblico rappresentato è simbolo di un intenso rapporto con Dio, tutt’altro che zuccheroso, che trasforma l’uomo.


Cosa succede quando credere diventa un peso? Come ritrovare uno sguardo positivo su se stessi e sulla fede?
È la domanda che attraversa Manuale di autodifesa spirituale, (San Paolo, 207 pagine), una «guida di sopravvivenza per credenti stanchi, dubbiosi e imperfetti».


Partendo dalla sua esperienza pastorale, don Moreno Migliorati affronta alcuni equivoci della vita cristiana: il senso di colpa sproporzionato, lo scrupolo, il perfezionismo, il sacrificio vissuto in modo distorto, l’incapacità di dire di no, l’immagine di un Dio contabile dei nostri errori. Con un approccio pratico e sapienziale, don Migliorati invita a riscoprire una fede più autentica e umana, capace di accompagnare le persone senza schiacciarle sotto il peso delle paure.
C’è qualche esperienza speciale che l’ha spinta a scrivere questo Manuale?
«La mia è l’esperienza normale di un parroco, senza episodi straordinari. Ma ho davanti agli occhi un’immagine. In una delle parrocchie dove celebro c’è un uomo che viene sempre a Messa, ma resta sulla soglia della chiesa. Ho scoperto che aveva iniziato a comportarsi così durante il Covid, per paura del contagio, e poi non è più riuscito a entrare. Mi è sembrata la metafora di tante persone che credono, ma restano bloccate in una fase della loro vita. Il libro – così come il progetto digitale @veniteindisparte su Instagram e l’omonima newsletter su Substack – è un invito a rimettersi in movimento».
Perché parla di “autodifesa spirituale” e non del più classico “combattimento spirituale”?
«Autodifesa, per me, significa imparare le prese che liberano, non quelle che feriscono. È una lotta con Dio, non contro Dio. Penso a Giacobbe che lotta con il Signore: non è uno scontro distruttivo, ma un incontro che trasforma. Anche la copertina del libro, con le sagome di due lottatori che formano un cuore, esprime bene questa idea. Non si tratta di vincere qualcuno, ma di imparare ciò che ci rende più liberi».


Quali sono gli “equivoci spirituali” che incontra più spesso nella pastorale?
«C’è chi vive convinto che Dio tenga il conto dei peccati con il pallottoliere, chi si sente costantemente in colpa per cose insignificanti, chi pensa che perdonare significhi cancellare tutto con un colpo di bacchetta magica. Mentre il perdono, per esempio, è un cammino. Quando la fede diventa fonte di sofferenza invece che di libertà, significa che qualcosa si è deformato. E occorre liberarla da queste incrostazioni».
Sono caratteristiche della fede trasmessa dalle generazioni precedenti?
«Anch’io lo pensavo. Invece mi hanno scritto venticinquenni che vivono gli stessi meccanismi interiori. È un fenomeno molto più trasversale. In questo hanno un peso enorme anche i legami familiari e sentimentali. Il modo in cui abbiamo vissuto le nostre relazioni più importanti influenza a fondo l’immagine che ci costruiamo di Dio».
Forse bisogna accettare che nella vita spirituale, più che errori e colpe, ci sono occasioni di progresso e maturazione. Quanto conta accettare questo dinamismo?
«Moltissimo. Quando ero in seminario, cercavo la preghiera perfetta: la formula giusta, il metodo ideale. Ho impiegato anni per capire che non esiste, perché la preghiera è anzitutto uno stare con Dio. Oggi le due preghiere che porto più spesso nel cuore sono quella del pubblicano — “Abbi pietà di me, peccatore” — e quella di Pietro dopo il rinnegamento: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo”. Mi colpisce che Gesù non parta dai fallimenti di Pietro, ma da ciò che è rimasto vivo nel suo cuore. Riparte dall’amore, non dalla colpa. Credo che questo dica molto anche a noi: Dio riparte sempre da ciò che c’è, non da ciò che manca».
Cosa significa “libertà” per un cristiano?
«La libertà non coincide con il fare quello che si vuole. Quando invito a liberarsi da certe regole, penso a quelle di cui parla san Paolo: norme che hanno una parvenza di sapienza, ma non raggiungono il cuore. La vera libertà, per un cristiano, consiste nel legarsi sempre di più a Cristo. Ogni scelta dovrebbe nascere da una domanda semplice: questo passo mi avvicina al Signore oppure mi allontana da lui? È un paradosso solo apparente: essere liberi significa essere profondamente legati a una persona, non a un sistema di regole. Per questo penso che il cammino spirituale sia anzitutto un cammino di umanizzazione. Prima ancora di diventare più “spirituali”, siamo chiamati a diventare più umani, più autentici. L’autenticità è l’antidoto al perfezionismo».
Nel Manuale ci sono continui riferimenti non solo alle arti, ma anche alle serie televisive. Perché?
«Amo la narrativa e l’arte contemporanea, spesso liquidata come incomprensibile. In realtà credo che sia uno straordinario strumento per capire il nostro tempo. Non è l’arte a plasmare la società: è la società che plasma l’arte. E osservando un’opera, un film o una serie televisiva possiamo leggere le domande, le paure e i desideri del nostro presente. Possono diventare preziosi alleati nel cammino spirituale».




