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Antonello da Messina, San Gregorio Magno, 1470-1475 circa, Palermo, Galleria regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis
San Gregorio Magno è uno di quei personaggi nei quali la storia della Chiesa e quella dell’Europa finiscono per intrecciarsi profondamente. Nato a Roma intorno al 540, appartenente alla prestigiosa famiglia degli Anici, visse in un’epoca segnata dalla crisi dell’Impero romano d’Occidente, dalle guerre, dalle carestie, dalle epidemie e dall’avanzata dei Longobardi.
Fu uomo di governo prima ancora di diventare uomo di Chiesa. Nel 572 raggiunse infatti il vertice della carriera civile diventando prefetto di Roma, la più alta carica amministrativa della città. Ma quella vita non lo soddisfaceva. Dopo la morte del padre Gordiano lasciò progressivamente gli incarichi pubblici e trasformò la casa di famiglia sul Celio nel monastero di Sant’Andrea, scegliendo la vita monastica. Era un’esperienza che avrebbe ricordato per tutta la vita con nostalgia. Nel silenzio del monastero Gregorio si dedicò alla preghiera, allo studio della Scrittura e dei Padri della Chiesa. Ma il suo ritiro sarebbe durato poco.
Da monaco a diplomatico
Papa Pelagio II lo ordinò diacono e lo inviò a Costantinopoli come apocrisario, una sorta di rappresentante diplomatico della Sede romana presso l’imperatore. Era la fine del VI secolo e la situazione politica e religiosa era estremamente complessa. Gregorio entrò così in contatto diretto con il mondo bizantino e con le questioni che avrebbero segnato il suo futuro pontificato. Tornato a Roma, divenne collaboratore e segretario di Pelagio II. Furono anni drammatici: piogge torrenziali, alluvioni, carestie e infine la peste colpirono Roma. Nel 590 l’epidemia portò alla morte anche il Papa. Il clero, il popolo e il senato indicarono proprio Gregorio come successore. Gregorio cercò di sottrarsi all’elezione, arrivando perfino a tentare la fuga. Ma alla fine accettò. Il 3 settembre 590 ricevette l’ordinazione episcopale e iniziò il suo ministero come Vescovo di Roma, incarico che avrebbe esercitato fino alla morte, il 12 marzo 604. Benedetto XVI, nella catechesi dedicata nel 2008 a Gregorio Magno, sottolineò proprio questa singolare parabola: dall’amministrazione civile alla vita monastica, dalla diplomazia al governo della Chiesa. «Gregorio fu veramente un grande Papa e un grande Dottore della Chiesa!».


Maestro del Registrum Gregorii, San Gregorio Magno ispirato dalla colomba, 983-984 circa, miniatura su pergamena, 27 × 19,8 cm. Treviri, Stadtbibliothek, Hs. 171/1626a. Il Pontefice è raffigurato mentre detta allo scriba, con la colomba dello Spirito Santo posata sulla spalla: un'immagine della sua ispirazione divina nella composizione delle opere
Un Papa in mezzo alle emergenze
Gregorio divenne Papa in un’Italia devastata. Roma era impoverita, la popolazione soffriva la fame, la minaccia longobarda incombeva e l’autorità imperiale bizantina era sempre più lontana e fragile. Il nuovo Pontefice si trovò così a svolgere contemporaneamente un compito spirituale e una responsabilità civile. Le sue oltre 800 lettere, conservate nel Registro, raccontano un pontificato immerso nella concretezza della vita quotidiana: problemi ecclesiali, questioni amministrative, controversie, richieste di aiuto, rapporti con vescovi e autorità politiche. Ma Gregorio non considerava la Chiesa estranea alle sofferenze della popolazione. Utilizzò le risorse del patrimonio ecclesiastico per acquistare e distribuire grano, soccorrere i poveri, aiutare sacerdoti, monaci e monache in difficoltà e persino riscattare persone cadute prigioniere dei Longobardi. Chiese inoltre che i beni della Chiesa fossero amministrati con rettitudine e che i contadini e i coloni non fossero vittime di soprusi. Per Gregorio la carità non era dunque un’aggiunta all’azione pastorale: era parte essenziale del compito della Chiesa.
Il Papa che cercò la pace con i Longobardi
Uno dei capitoli più importanti del suo pontificato fu il rapporto con i Longobardi. Gregorio non li considerò semplicemente nemici da combattere. Li guardò come un popolo da incontrare e da evangelizzare. Il Papa avviò una intensa attività diplomatica con il re Agilulfo e coltivò un rapporto particolare con la regina Teodolinda, cattolica e figura decisiva nel processo di avvicinamento dei Longobardi alla fede cattolica. La trattativa portò a una tregua tra il 598 e il 601 e successivamente a un più stabile armistizio nel 603. In Gregorio politica, diplomazia ed evangelizzazione non erano ambiti separati. La pace era condizione per la vita delle persone, ma anche occasione per l’annuncio del Vangelo. La stessa logica guidò la sua attenzione verso gli altri popoli dell’Europa. Gregorio sostenne la missione dei monaci inviati in Britannia per evangelizzare gli Angli. A guidarli fu Agostino di Canterbury, destinato a diventare il primo arcivescovo di Canterbury.
«Servo dei servi di Dio»
Gregorio aveva un’idea altissima dell’autorità ecclesiale e, proprio per questo, ne rifiutava ogni forma di protagonismo. Quando il patriarca di Costantinopoli assunse il titolo di «ecumenico», Gregorio vi si oppose non per negare l’autorità del patriarca, ma perché temeva che quel titolo potesse incrinare l’unità della Chiesa e alimentare una logica di superiorità. La sua alternativa era racchiusa in una formula destinata a diventare una delle più celebri della storia del papato: «servus servorum Dei», servo dei servi di Dio.
Benedetto XVI spiegava così il senso di quella espressione: «Questa parola da lui coniata non era nella sua bocca una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire». E ancora: «Gregorio era rimasto semplice monaco nel suo cuore e perciò era decisamente contrario ai grandi titoli». La vera grandezza, per lui, non consisteva nel potere ma nel servizio.


Jusepe de Ribera, Ritratto di san Gregorio Magno papa, dottore della Chiesa, 1614 circa, Gallerie Nazionali d’Arte Antica, Roma
La malattia e la forza del pastore
Gregorio svolse questa enorme attività nonostante una salute molto fragile. I digiuni della vita monastica gli avevano provocato seri problemi all’apparato digerente e spesso era costretto a rimanere a letto per lunghi periodi. Anche la sua voce era molto debole. In alcune occasioni doveva affidare al diacono la lettura delle sue omelie perché potessero essere ascoltate dal popolo. Eppure continuò a predicare, amministrare, scrivere, negoziare e occuparsi dei poveri. Fu proprio questa vicinanza concreta alla gente a renderlo una figura autorevole e amata. «In un tempo disastroso, anzi disperato, seppe creare pace e dare speranza», osservava Benedetto XVI. Una frase che restituisce bene il cuore del suo pontificato: Gregorio non visse fuori dalla crisi del suo tempo, ma dentro quella crisi. E proprio lì cercò di essere pastore.
Il Papa della Scrittura e della pastorale
Gregorio Magno fu anche uno dei grandi autori della cristianità occidentale. Tra le sue opere più importanti ci sono i Moralia in Iob, le Omelie su Ezechiele, le Omelie sui Vangeli, i Dialoghi e soprattutto la Regola pastorale.
Quest’ultima, scritta all’inizio del pontificato, è una sorta di manuale per il vescovo e il pastore. Gregorio insiste sulla responsabilità di chi guida una comunità: prima di parlare agli altri deve essere capace di guardare alla propria vita. Il pastore deve conoscere le persone che gli sono affidate e saper rivolgere a ciascuno una parola adeguata. La cura delle anime è per Gregorio una vera e propria «arte delle arti». Il suo insegnamento non nasce dal desiderio di elaborare una dottrina personale. Al contrario, Gregorio vuole essere soprattutto interprete della tradizione della Chiesa e della Parola di Dio. Per lui la Scrittura non è un testo da conoscere soltanto con l’intelligenza. Deve diventare vita. Benedetto XVI sintetizzava così questo principio: «Comprendere non è nulla, se la comprensione non conduce all’azione». E ricordava una delle immagini più belle attribuite a Gregorio: «il predicatore deve intingere la sua penna nel sangue del suo cuore; potrà così arrivare anche all’orecchio del prossimo».
I Dialoghi e la santità possibile anche nei tempi difficili
Nei Dialoghi, Gregorio racconta la vita di uomini e donne considerati esempi di santità. Il messaggio è sorprendentemente attuale: anche quando una società appare corrotta, anche quando sembra che il bene sia scomparso, la santità rimane possibile. Il secondo libro dei Dialoghi è dedicato interamente a Benedetto da Norcia ed è una delle più antiche testimonianze sulla sua vita.
Gregorio racconta miracoli, conversioni e vicende di persone del suo tempo per dimostrare che Dio continua ad agire nella storia. Non c’è, dunque, un’età ideale della fede da rimpiangere: la santità può nascere anche nei periodi più bui. È una convinzione che attraversa tutta la sua opera.


Hartker di San Gallo, San Gregorio Magno ispirato dalla colomba dello Spirito Santo, 990-1000 circa, miniatura, Antifonario di Hartker, San Gallo. La miniatura raffigura Gregorio mentre detta i canti liturgici allo scriba, con la colomba dello Spirito Santo posata sulla spalla. Il manoscritto, capolavoro della miniatura ottoniana e della notazione neumatica sangallese, è conservato nella Biblioteca dell'Abbazia di San Gallo
Il lascito di Gregorio Magno
Gregorio morì a Roma il 12 marzo 604. La sua memoria liturgica viene celebrata il 3 settembre, giorno della sua ordinazione episcopale. La tradizione gli ha attribuito il titolo di Magno, Grande. È patrono di cantanti, musicisti e papi e il suo nome è legato anche alla tradizione del canto gregoriano. Ma la sua eredità più profonda non è soltanto letteraria, liturgica o musicale. È l’idea di una Chiesa chiamata a stare dentro la storia senza lasciarsi dominare dalla logica del potere; una Chiesa capace di amministrare, soccorrere, mediare, evangelizzare e soprattutto servire. Benedetto XVI lo riassumeva con parole che sembrano quasi una definizione del suo intero pontificato: «Il suo desiderio veramente era di vivere da monaco in permanente colloquio con la Parola di Dio, ma per amore di Dio seppe farsi servitore di tutti in un tempo pieno di tribolazioni e di sofferenze; seppe farsi “servo dei servi”».
È forse proprio qui il segreto della sua grandezza. Gregorio fu grande non perché volle essere grande, ma perché seppe diventare servo.




