Gv 5,17-30 - Mercoledì della IV Settimana di Quaresima

“«Il Padre mio opera sempre e anch’io opero». Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio”. In questo versetto si trova uno dei punti più decisivi della vita di Gesù. Ciò che rende la sua presenza così insopportabile per alcuni non è semplicemente la sua predicazione, né i molti miracoli che accrescono la sua fama.

Il vero problema è la sua relazione con Dio. Gesù chiama Dio «Padre» e si presenta come Figlio. È in questa relazione di figliolanza che si gioca tutto il suo destino. Questa intimità con il Padre è il segreto della sua libertà e della sua forza. Gesù non agisce mai da solo: tutto ciò che fa nasce dalla comunione con il Padre. Proprio per questo suscita opposizione. Perché davanti a una relazione così vera con Dio si manifesta anche una forma di resistenza, quasi una sorta di invidia spirituale: l’incapacità di accettare che qualcuno viva così profondamente radicato in una relazione d’amore.

Eppure il Vangelo non racconta questa relazione soltanto per parlare di Gesù. La racconta anche per parlare di noi. Con il battesimo abbiamo ricevuto lo stesso dono: non siamo più soltanto creature messe al mondo, ma figli. Tutta la vita cristiana consiste nel tentare di vivere a partire da questa verità. Non è semplicemente aderire a un insieme di idee religiose o a una tradizione. È imparare a vivere da figli. Significa ricordarsi che Dio non è una forza anonima o distante, ma un Padre che ci ama. La forza di Gesù era il Padre. Tutta la sua libertà nasceva da lì. E lo stesso dovrebbe accadere anche per noi. Il Vangelo, allora, ci pone una domanda molto seria: viviamo davvero come figli oppure ci accontentiamo di essere soltanto degli adepti?
La differenza è grande. L’adepto esegue; il figlio si fida. L’adepto osserva; il figlio vive di relazione. E solo chi vive da figlio conosce davvero la libertà delle persone amate.