Mc 2,23-28 - Martedì della II Settimana del Tempo Ordinario

I discepoli camminano, hanno fame, prendono delle spighe e le mangiano. È un gesto minimo, quasi banale. Eppure diventa motivo di accusa. Non perché sia cattivo, ma perché non è “permesso”. In questa scena così semplice si rivela una delle tensioni più profonde della vita religiosa: il rischio che le regole, nate per custodire la vita, finiscano per soffocarla.

Gesù non disprezza la Legge, ma la riporta al suo cuore. Il sabato non è una gabbia sacra da difendere, ma uno spazio di respiro dato all’uomo perché possa vivere, non sopravvivere. Quando una norma impedisce di riconoscere la fame di chi cammina con te, allora qualcosa si è capovolto: ciò che doveva servire l’uomo ora lo domina. Quante volte succede anche a noi. Difendiamo ciò che è giusto, ciò che è corretto, ciò che è “come si fa”, ma perdiamo di vista chi abbiamo davanti.

Ci preoccupiamo di non sbagliare, ma non ci accorgiamo che qualcuno ha bisogno. Proteggiamo le strutture, ma non ascoltiamo più le persone. Gesù introduce una libertà che non è arbitrio, ma responsabilità. Non dice: “fate quello che volete”, ma “guardate ciò che serve alla vita”.

La vera fedeltà a Dio non passa prima dalle regole, ma dallo sguardo: saper vedere l’uomo prima del sistema, il volto prima della norma, la vita prima della legge. E poi Gesù aggiunge qualcosa di enorme: “Il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato.” Non per abolirlo, ma per restituirgli il suo senso più profondo. Se Dio è il Signore del tempo sacro, allora il tempo sacro non può essere contro l’uomo