PHOTO
I genitori di Federica Torzullo seguiti dall'avvocata (giubbotto nero) arrivano al tribunale per i minori all'udienza per l'affidamento del figlio della donna uccisa a coltellate dal compagno Claudio Carlomagno, Roma, 28 gennaio 2026
Il bambino che nella strage di Anguillara ha perso la mamma, uccisa dal suo papà, e poi anche i nonni che si sono tolti la vita perché travolti dall’impatto emotivo che tale evento ha avuto per loro, si è trovato nella condizione di “orfano speciale”, condizione che richiede allo stato di decidere del suo destino. L’“orfano speciale” è definito così perché il minore perde la custodia e la protezione educativa di entrambi i genitori, nonostante uno sia vivente.
In casi come questi, lo stato può intraprendere due direzioni diverse: se si valuta che il bene maggiore del minore sia portarlo in altri contesti, estranei alla sua famiglia di origine (comunità per minori o famiglia affidataria) il minore proseguirà il proprio percorso di crescita, usufruendo di un accompagnamento affettivo ed educativo gestito da persone che il bambino incontra per la prima volta e che gli garantiranno un transito dalla storia dolorosissima da cui proviene verso una nuova vita, che gli compete. Si sceglie tale strada quando ci si accorge che chi rimane sulla scena degli affetti e della relazioni familiari – e quindi potrebbe farsi carico della crescita del minore stesso – non si trova però nelle condizioni oggettive (malattia psichica o fisica, disagio socio-economico evidente, povertà di strumenti educativi) o soggettive (un parente potrebbe semplicemente dichiarare di non sentirsi capace di tale compito educativo e quindi rinuncia a diventare l’adulto responsabile della crescita del minore) di poterlo fare. Poi c’è invece la condizione opposta, ovvero quella in cui lo stato valuta come possibile e vantaggioso, garantire al bambino la continuità nel radicamento dei propri affetti originari, così da non strapparlo alla sua storia e alle relazioni che hanno generato nel suo mondo interiore il suo senso di identità e di appartenenza alla realtà e alla vita. Questo principio risponde alla logica della “continuità affettiva”: un bambino che perde parte dei propri riferimenti affettivi – come nel caso di Anguillara – ha però presenti sulla scena della sua vita altre figure che sono con lui dal primo giorno della sua vita, che gli hanno voluto bene e che continuano a volergliene. I nonni e gli zii rappresentano questa tipologia di figure che molte volte, nei casi di perdita dei genitori, entrano sulla scena di vita del minore e si fanno carico della responsabilità – che è giuridica e affettiva al tempo stesso – di crescerlo.
Il caso di Anguillara ha visto il bambino assegnato alla cura dei nonni materni. È una scelta che ha molto senso: il bambino in questo caso non vedrà distrutta la sua storia e la sua identità affettiva. Grazie ai nonni potrà riavvolgere il filo dell’amore in cui la sua vita è stata generata e cresciuta. Sarà per lui dolorosissimo prendere consapevolezza del disastro provocata dal gesto criminale del suo papà, tenere dentro di sé i momenti belli e i momenti terribili che hanno connotato le relazioni intime nella sua vita familiare. Come in tutti i legami affettivi, noi conserviamo dentro di noi il ricordo di momenti positivi e negativi, situazioni in cui c’è stata tenerezza e affettività competente e altri in cui chi ci ha voluto bene ha usato prepotenza e con le sue parole e gesti ha prodotto nel nostro mondo interiore la percezione di una crepa. Succede a tutti di aver sperimentato genitori e nonni molto affettuosi che in alcuni passaggi della loro vicenda hanno perso il controllo di sé diventando minacciosi o spaventanti verso il minore. In tali casi, conta moltissimo cosa accade dopo l’evento che spaventa il minore. Spesso l’adulto ripara il “microtrauma affettivo” di cui si è reso protagonista: fa una coccola, chiede scusa, prova a spiegare perché in quel momento si è comportato in un modo così disorganizzato.
Nel caso di Anguillara, il grande trauma non può essere né spiegato, né riparato. È stato subito in modo irrimediabile. Perciò il bambino dovrà con molto dolore, tempo e fatica, elaborarlo dentro di sé, fornirgli un senso che gli permetta di sopravvivere alla tragedia di cui è stato un protagonista involontario e capire che tutto ciò che è successo non può togliere il valore e il significato che lui deve imparare a continuare a dare alla sua vita. Per un bambino non è facile questo compito. Ma il principio della continuità affettiva con i nonni è quello che più ne garantisce la possibilità di riuscirci. Questi nonni, travolti dal dolore enorme per la perdita della figlia, devono rimanere interi e compatti, determinati e capaci di nutrire con amore e speranza la vita del loro nipotino. È un compito faticosissimo. Ma forse, anche per loro, è l’occasione per rimettere speranza in una storia che altrimenti avrebbe lasciato nelle loro vite solo disperazione.







