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La pagina del Vangelo di oggi racconta la drammatica storia di una donna, madre vedova che accompagna il suo unico figlio alla sepoltura. Questa scena accade sotto gli occhi di Gesù in un villaggio chiamato Nain. “Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!»”. Nelle nostre rappresentazioni psicologiche di Dio ci viene molto difficile adeguarci alla verità del Vangelo, perché Dio, almeno secondo il nostro immaginario, è libero dalla vulnerabilità dell’empatia, della compassione. Chi è empatico, chi è compassionevole, soffre dello stesso dolore di chi incontra, gioisce della stessa gioia. In pratica, non è immune dalla vita degli altri.
Questo, a ben pensarci, non sembra proprio un affare perché in realtà potremmo avere una vita migliore se ci fermassimo quanto più possibile con l’indifferenza. Ma il Vangelo ci racconta della compassione di Gesù per dirci che non bisogna mai guarire dall’empatia e dalla compassione, perché il più grande male della vita è proprio l’indifferenza. La cosa che colpisce è il bisogno che Gesù ha di mettere un argine al dolore infinito di questa donna. È una cosa che solo lui può fare. Solo Gesù può mettere un argine a un dolore infinito. Solo lui può sanare un’emorragia infinita che nessun altro uomo potrebbe mai chiudere.
Chi soffre davvero in questa esistenza trova sollievo incontrando Gesù perché sa che agli occhi di Gesù non sarà mai trattato con indifferenza, e soprattutto egli è l’unico capace di poter dire “basta a questa disperazione”. Il vero problema non è la gente che soffre, perché essa c’è da sempre. Il vero problema è la gente che soffre da sola. La gente che soffre senza aver incontrato Gesù. Preghiamo perché accada questo incontro soprattutto nella vita dei più disperati così che possano sentirsi dire anche loro “non piangere più”.
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