Lc 11,29-32 - Mercoledì della I Settimana di Quaresima

«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona». Possono sembrare dure, perfino oscure, le parole con cui Gesù, nel Vangelo di oggi, resiste alla richiesta di compiere segni evidenti. Eppure, umanamente parlando, gli sarebbe bastato compiere qualcosa di straordinario per consolidare la fama e conquistare definitivamente il consenso delle folle.

Ma Gesù sa che il vero cambiamento non nasce dai fuochi d’artificio. Non sono i miracoli a convertire il cuore, se il cuore non è disposto ad ascoltare. Ciò che davvero trasforma è una parola capace di entrare in profondità, di inquietare, di risvegliare la coscienza, di suscitare la nostalgia di una vita diversa. È questo il “segno di Giona”. Il profeta non compie prodigi spettacolari. Annuncia una parola. E quella parola, nuda e diretta, ha la forza di cambiare il destino di un’intera città, grande e complessa come Ninive. Non è lo spettacolo a salvare, ma l’ascolto. Anche per noi il segno rimane la parola di Gesù, il suo Vangelo.

È questo il dono che continua a esserci consegnato. Non abbiamo bisogno di eventi straordinari per convertirci; abbiamo bisogno di prendere sul serio ciò che già ci è stato detto. Il Vangelo è sufficiente per cambiare vita, se gli permettiamo di toccare il cuore. Il problema è che spesso è più facile cercare il teatro che affrontare la conversione. È più semplice domandare segni che lasciarsi mettere in discussione. La fede, però, non è uno spettacolo, è una responsabilità.

Chiede decisione, coerenza, disponibilità a cambiare. Alla fine, ciò di cui dovremo rendere conto non sarà la mancanza di segni straordinari, ma l’indifferenza verso la Parola ricevuta. Il segno ci è già dato. La domanda è se siamo disposti ad ascoltarlo fino in fondo.