Mc 7,24-30 - Giovedì della V Settimana del Tempo Ordinario

Nel Vangelo di Marco di oggi Gesù sembra sottrarsi, cercare il silenzio e l’anonimato, ma viene comunque raggiunto dal grido di una donna straniera, una siro-fenicia, che porta davanti a Lui il dramma di sua figlia. È una pagina scomoda, perché mostra un Gesù che inizialmente appare duro, distante, quasi provocatorio.

Eppure proprio questa durezza diventa lo spazio in cui la fede della donna si rivela nella sua verità più profonda. Lei non si scandalizza, non si offende, non si ritira. Accetta di restare lì, anche quando le parole sembrano escluderla. È una fede che non pretende, ma insiste. Non rivendica diritti, ma si affida. Questa donna non chiede spiegazioni teologiche, non discute il linguaggio di Gesù, non si difende. Chiede solo che sua figlia sia liberata dal male. Ed è proprio questo amore ostinato a diventare la chiave che apre tutto. Gesù riconosce in lei una fede capace di andare oltre i confini, oltre le appartenenze religiose, oltre le etichette. È una fede che nasce dal bisogno, ma non si riduce alla disperazione; è una fede che sa stare al proprio posto senza smettere di sperare.

Questo Vangelo ci mette davanti a una domanda decisiva: cosa facciamo quando Dio sembra tacere o quando le sue risposte non coincidono con le nostre attese. Molte volte ci fermiamo, ci irrigidiamo, ci allontaniamo. Questa donna, invece, resta. E restando, cambia la storia.

La sua perseveranza diventa preghiera autentica, capace di attraversare anche il silenzio di Dio. Gesù, alla fine, non solo esaudisce la richiesta, ma mostra che il Vangelo non è proprietà di qualcuno. L’amore di Dio non conosce frontiere, ma chiede cuori capaci di fidarsi davvero, e a volte, è proprio chi si sente fuori a insegnarci cosa significhi credere fino in fondo.

Giovedì 12 febbraio 2026 – (Giovedì della V Settimana del Tempo Ordinario – Anno pari)