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Gv 6,44-51 - Giovedì della III Settimana di Pasqua
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato». Da queste parole del Vangelo di Giovanni si comprende bene che la fede è, anzitutto, un dono. Non è semplicemente il risultato di uno sforzo umano o di un ragionamento ben costruito.
È qualcosa che nasce da un’attrazione, da un movimento interiore che Dio stesso suscita nel cuore. Solo il Padre può disporre una persona ad andare verso Gesù. Solo Lui può accendere quel desiderio profondo che apre alla fede. Per questo la fede non si impone, non si forza, non si costruisce artificialmente. Quando preghiamo per la conversione di qualcuno, non chiediamo semplicemente che cambi comportamento o che diventi “migliore”. Chiediamo qualcosa di molto più profondo: che nasca in lui il desiderio di Cristo. Che il suo cuore venga toccato, attratto, orientato. E questa è una preghiera potente.
Dovremmo crederci di più. Perché i doni non si pretendono, ma si possono chiedere. Si possono attendere con umiltà e invocare con fiducia. Dio non è indifferente a una richiesta simile. Non resta sordo davanti a chi chiede per il bene più grande di un altro. Anche se i tempi e i modi restano misteriosi, questa preghiera non è mai inutile. Il Vangelo, allora, ci invita a un atteggiamento preciso: non sostituirci a Dio, ma affidarci a Lui. Non forzare i cuori, ma intercedere. Non scoraggiarci, ma continuare a credere che ogni persona può essere raggiunta da questa attrazione. Perché la fede, prima di essere una scelta dell’uomo, è sempre un’iniziativa di Dio. E quando Dio comincia a operare nel cuore, nulla resta più come prima.







