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Gv 5,1-16 - Martedì della IV Settimana di Quaresima
Un uomo sosta per molti anni a pochi passi da una piscina che, secondo la credenza del tempo, avrebbe potuto porre fine alla sua disperazione. Eppure non riesce mai ad arrivarci. Il Vangelo racconta che era paralizzato da trentotto anni. Letteralmente le sue gambe non lo portano fino a quella piscina. Questa immagine descrive bene anche la condizione di molti di noi. Spesso comprendiamo con la mente ciò che sarebbe giusto fare, ma ci accorgiamo di avere una volontà paralizzata, incapace di tradurre in scelte concrete ciò che abbiamo capito. Sappiamo dove sarebbe la “piscina” della nostra vita, ma restiamo fermi. Gesù si avvicina a quest’uomo e gli pone una domanda decisiva: «Vuoi guarire?». A prima vista sembra una domanda inutile. È evidente che quell’uomo desidera la guarigione.
Eppure Gesù tocca un punto forte: la questione fondamentale non è soltanto ricevere una grazia, ma domandarsi se la si vuole davvero. Infatti ricevere una grazia cambia la vita. Significa non poter più restare nella posizione della vittima, non poter più nascondersi dietro la propria storia, non poter più restare immobili sul proprio lettino. La grazia restituisce libertà, e la libertà chiede responsabilità. Ricevere una grazia significa avere di nuovo la possibilità di scegliere, di prendere decisioni, di mettere in gioco la propria vita.
Per questo la domanda di Gesù è così seria: vuoi davvero guarire? Sei disposto ad assumerti le conseguenze della libertà che riceverai? Quante volte anche noi preghiamo chiedendo cambiamenti, ma non sappiamo se siamo davvero pronti ad assumerci la responsabilità di quei cambiamenti. Cosa vogliamo davvero? È questa la domanda che il Vangelo ci pone. Eppure quell’uomo, a un certo punto, si alza e comincia a camminare. Riceve di nuovo la salute.
Potremmo dire che ritrova la sua volontà, la sua libertà. Ma Gesù, incontrandolo di nuovo, lo mette in guardia: «Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Il rischio più grande, infatti, non è essere stati paralizzati per trentotto anni. Il rischio più grande è ricevere una vita nuova e non saperne fare buon uso. La libertà è un dono immenso, ma chiede di essere custodita. Perché la vera guarigione non è soltanto tornare a camminare: è imparare ad andare per la giusta direzione.




