Epicoco, Gesù veramente

Mt 13,18-23 - Venerdì della XVI Settimana del Tempo Ordinario

La memoria di san Charbel, che la Chiesa oggi celebra, sembra offrirci una chiave straordinaria per comprendere la pagina del Vangelo di Matteo. Gesù racconta la parabola del seminatore e dice: «Tutte le volte che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore».

Il problema, dunque, non è soltanto ascoltare. Il problema è custodire ciò che abbiamo ascoltato. San Charbel ha trascorso la sua esistenza nella preghiera, fino a diventare egli stesso un uomo fatto preghiera. Ma pregare non significa semplicemente moltiplicare parole o pratiche religiose. La preghiera è soprattutto attenzione. È vivere con il cuore abbastanza desto da non lasciarsi sfuggire nulla di ciò che viene da Dio. Molte volte Dio semina qualcosa nella nostra vita attraverso una parola, un incontro, un'intuizione, una circostanza. Ma noi siamo così distratti che quella grazia non riesce a mettere radici. Ascoltiamo e subito dimentichiamo. Riceviamo un'intuizione e subito torniamo alle nostre vecchie abitudini. Ci accorgiamo di una presenza e subito veniamo risucchiati da mille altre cose.

La grande lezione di san Charbel è proprio questa: per portare frutto bisogna imparare a custodire. La sua solitudine, il suo silenzio, la sua vita nascosta non erano una fuga dal mondo, ma il tentativo radicale di fare spazio a Dio e di non perdere nulla di ciò che Dio gli affidava. La preghiera, allora, è il terreno buono del Vangelo. È quella disposizione interiore che accoglie la Parola, la custodisce e le permette lentamente di trasformare la vita. Non sempre abbiamo bisogno che Dio ci dica qualcosa di nuovo. Molto spesso abbiamo bisogno di prendere sul serio ciò che ci ha già detto. In fondo, pregare significa tenere fisso lo sguardo su Qualcuno che ci ama. E quando lo sguardo rimane fisso su di Lui, anche ciò che sembrava impossibile comincia a diventare possibile.