Lc 10,25-37 - Sabato della XXVI Settimana del Tempo Ordinario

«Chi è il mio prossimo?». È la domanda da cui nasce la parabola del buon Samaritano. Ma alla fine del racconto Gesù cambia completamente la prospettiva: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Non ci dice semplicemente chi dobbiamo considerare nostro prossimo. Ci domanda piuttosto se siamo disposti noi a diventare prossimi di qualcuno. È una differenza decisiva.

Normalmente immaginiamo il prossimo come qualcuno che arriva davanti a noi con un bisogno. Gesù invece ci insegna che la carità comincia quando siamo noi ad accorgerci, ad avvicinarci, a interrompere il nostro cammino per andare incontro alla vita ferita di un altro. Il sacerdote e il levita vedono quell’uomo e passano oltre. Il Samaritano invece vede e si ferma. La differenza non sta semplicemente in ciò che hanno davanti agli occhi, perché tutti incontrano la stessa sofferenza.

La differenza sta nella decisione che prendono davanti a quella sofferenza. Il Samaritano non si limita a provare compassione. Si avvicina, fascia le ferite, si prende cura di quell’uomo e paga personalmente perché possa essere assistito. La vera carità costa sempre qualcosa: tempo, energie, denaro, disponibilità, cambiamento dei propri programmi. Ma proprio qui c’è il cuore del Vangelo: nessuno può costringerci veramente ad amare. Si possono imporre comportamenti, stabilire doveri, ricordare responsabilità, ma l’amore autentico nasce soltanto dalla libertà.

Per questo la carità cristiana non dovrebbe mai essere semplicemente il risultato di un senso di colpa. Se aiutiamo qualcuno soltanto per sentirci a posto con la coscienza, non abbiamo ancora raggiunto il cuore della parabola. Gesù ci chiede qualcosa di molto più grande: diventare liberamente prossimi.
 

5 ottobre 2026 – (Lunedì della XXVII Settimana del Tempo Ordinario – Anno Pari)