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All’inizio c’erano cinque o sei persone. Forse. Roberto Vietti, 35 anni, torinese, questo aveva in mente quando nel novembre 2022 aprì un gruppo WhatsApp. Era appena tornato a Torino dopo quattro anni trascorsi a Milano tra studio e lavoro. Tornava in una città che conosceva, ma che nel frattempo era cambiata. E anche lui era cambiato.
«Dopo quattro anni ero cambiato un po’ io, era cambiata un po’ la città. Anche molte amicizie o persone che erano vicino a me erano in giro a fare la loro vita, in giro per il mondo».


Aveva deciso di smettere di fumare. E per riuscirci cercava un incentivo concreto, qualcosa che lo costringesse a uscire di casa. «Ho detto: creo un gruppo dedicato alle camminate, alle escursioni. Troverò cinque o sei persone con cui andare a fare qualche camminata al sabato o alla domenica mattina». L’idea era semplice: muoversi, respirare, tornare a frequentare la propria città. «E allo stesso tempo riavvicinarmi al mio territorio, riscoprire il territorio che ho vissuto e che mi è sempre piaciuto».
Poi è successo qualcosa che Roberto non aveva previsto.
Il gruppo WhatsApp si chiamava «Materie Escursioni». Nelle prime ore arrivarono cinquanta persone. Poi cento. Poi cinquecento. «Questa cosa fin dall’inizio ha avuto un’esplosione di persone». Tanto che WhatsApp non bastava più: nacquero altri gruppi, fino ad arrivare a Telegram.
Roberto aveva pensato a una passeggiata. Le persone avevano trovato molto di più.
Per capire che cosa sia diventata oggi questa esperienza bisogna però fare un passo indietro. Perché Vietti aveva già incontrato, a Milano, una parola destinata a tornare nella sua vita: psicogeografia. È la pratica nata nell'ambito del movimento situazionista francese degli anni Cinquanta che studia il rapporto tra gli spazi e il modo in cui influenzano le nostre emozioni, i comportamenti, il modo di vivere la città.
Roberto se ne era innamorato fino a farne il tema della tesi alla scuola di cinema. Quando viveva a Milano aveva comprato una grande mappa della città e cominciato a segnare i luoghi che per lui avevano una particolare intensità emotiva. Non necessariamente belli o brutti: «Emotivamente intensi». E aveva iniziato a percorrere Milano in bicicletta invece di attraversarla in metropolitana, per comprenderne distanze e geografia attraverso il corpo.
A Torino quella stessa curiosità è diventata una pratica collettiva.
«Vedevo quanto organizzare una cosa più semplice che possiamo fare, cioè una camminata, portava con sé mille implicazioni: a livello sociale, economico, architettonico, di affezione ai posti». La città, insomma, non è più soltanto lo sfondo in cui ci muoviamo ogni giorno. Camminandoci dentro, può tornare a parlarci.
Da qui è nata Solo Cose Belle APS, l'associazione che ha dato una forma più strutturata a quella comunità spontanea. L'obiettivo è rimasto quello di utilizzare il cammino come «strumento di attivazione»: mettere in contatto le persone con i quartieri, e i quartieri con le persone.
Le passeggiate sono così entrate in zone spesso lontane dai percorsi turistici. Anche nella Barriera di Milano, quartiere che porta con sé uno stigma, Roberto e gli altri non hanno cercato una «contronarrazione». «Vogliamo fare un’altra narrazione, cioè mettere lo sguardo verso qualcos’altro che c’è».
Si cammina e si incontrano associazioni, spazi culturali, realtà sociali, teatri, orti, luoghi di aggregazione. Qualcuno racconta la storia di quel posto. Chi cammina scopre magari che a poche centinaia di metri da casa esiste qualcosa che non aveva mai visto.
Ed è qui che la passeggiata smette di essere soltanto una passeggiata.
«A distanza di mesi vediamo che queste camminate, oltre a essere una bella attività, generano cose». Le persone tornano in quei luoghi, cominciano a frequentarli, diventano volontari, costruiscono relazioni, collaborazioni. «Quella cosa più semplice del mondo è nata veramente di tutto: relazioni, contatti, collaborazioni».
La forza dell'esperienza è anche nella sua trasversalità. Alle camminate arrivano ventenni appena trasferiti a Torino, studenti universitari che vogliono capire la città nella quale vivranno per qualche anno. Ma anche persone di sessanta o settant’anni che abitano lì da una vita e scoprono per la prima volta un teatro, un orto sociale, un laboratorio.
«Mi piace molto che tramite questa pratica metti insieme un ventenne, un cinquantenne che per due o tre ore, se vogliono parlano, se non vogliono possono anche stare in silenzio intanto camminano».
È una delle caratteristiche più interessanti del camminare insieme: mentre ci si muove cadono, almeno per qualche ora, alcune delle sovrastrutture sociali. «Nel mentre che cammini si è tutti un po’ più alla pari». Non c’è il medico, il benzinaio, il macellaio, lo studente universitario. «Si è un gruppo di persone che cammina insieme e nel mentre scopre qualcosa del territorio».
La dimensione sociale arriva quasi senza essere cercata. Una passeggiata nella Barriera di Milano ha portato in strada cinquanta persone. Durante il Festival d’Arti Popolari, erano settanta: così tante da rendere necessaria una comunicazione alla questura. Numeri che per Roberto contano meno del fenomeno che rendono visibile: «È bello vedere questo gruppo che va lì e dice: noi siamo qua proprio per vedere il bello che c’è in questi territori».
E succede anche qualcosa con chi quei quartieri li abita. «Gli abitanti dicono: ma che fate qua, perché venite qua, non c’è niente di bello». Quel gruppo che arriva a piedi, invece, risponde con la propria presenza: siamo qui per guardare ciò che normalmente non guardiamo.
È forse questa la trasformazione più interessante. La tecnologia serve per incontrarsi, ma poi scompare. La chat diventa una strada, una piazza, un gruppo di persone che cammina.
«Molto spesso mi chiedo: ma c’è bisogno di Solo Cose Belle per fare questa camminata?». La risposta, dopo questi anni, è sì. Perché camminare fa bene al corpo, alla mente, alla socialità. Ma soprattutto perché crea «la possibilità di conoscenza»: tra persone, con il territorio, con gli spazi di un quartiere.


Roberto non ama trasformare il fenomeno in una ricetta universale. Però riconosce che il contesto contemporaneo ha creato un bisogno nuovo: città più dense, persone che arrivano per studiare o lavorare, relazioni più frammentate, anni di pandemia alle spalle. «Questa pratica sicuramente può rispondere a un bisogno anche proprio di socialità, di contatto».
E poi c'è un'altra dimensione, più intima. Roberto racconta che quando ha un problema, una questione che lo agita, spesso esce a camminare. «Camminando vedo che penso delle cose diverse che magari se fossi stato nella stanzetta con il mio problema». È come se il movimento permettesse di spostare anche il pensiero: «Ho un po’ la sensazione che proprio come se lo spazializzassi, lo porto un po’ in giro». La psicogeografia diventa così una cassetta degli attrezzi per abitare il mondo: «Un modo per stare nel posto in cui si è, qualunque posto esso sia».
Nel frattempo Solo Cose Belle è cresciuta anche in una direzione apparentemente lontana dal camminare: quella artistica. Una rete di giovani creativi, illustratori e disegnatori nata attorno al Balloon, storico mercato torinese, ha portato l'associazione a partecipare alla gestione di uno spazio al Maglio, lo Spazio Baum, con workshop e laboratori.
Ma anche qui le due anime si incontrano. Chi arriva alla camminata finisce magari a un laboratorio artistico; gli artisti partecipano alle passeggiate; lungo la Dora si raccolgono materiali poi trasformati in lampade. «Sono due realtà che si contaminano quotidianamente».
Roberto le chiama «nuove situazioni»: occasioni nelle quali qualcosa può accadere.


Oggi l'associazione sta crescendo. Il direttivo sarà composto da una decina di persone e arrivano richieste anche da fuori Torino. Altre realtà chiedono a Solo Cose Belle di utilizzare camminate e rete artistica come strumenti di attivazione territoriale.
La speranza è che l'esperienza possa «gemmare» altrove. Non come un format da copiare identico, perché ogni città ha i propri luoghi e le proprie storie, ma come pratica da reinventare. «Saremmo solo contenti» se in altre città nascessero esperienze autonome di questo tipo.
Perché alla fine non servono grandi imprese. Basta allacciarsi le scarpe e scegliere una strada diversa da quella di tutti i giorni. Provare a perdersi nella propria città. «Provare anziché fare i soliti tragitti da lavoro a casa, a vedere se c’è qualcosa di interessante nella via che non ho mai attraversato, nello stesso quartiere dove abito da cinquant’anni».
Forse il senso di tutto sta proprio qui: non andare lontano per trovare qualcosa. Ma camminare abbastanza lentamente da accorgersi di ciò che abbiamo già intorno. «Le cose più semplici hanno in sé tanti livelli di complessità e di intervento».
E una passeggiata, qualche volta, può essere uno di questi.










