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Gv 20,2-8 - San Giovanni, Apostolo ed Evangelista – Festa
Nel tempo di Natale la liturgia ci porta misteriosamente davanti al sepolcro vuoto. Sembra un salto logico, una dissonanza: stiamo contemplando la vita che nasce e già ci troviamo davanti al mistero della morte superata. Ma è proprio qui che entra in scena Giovanni, l’apostolo che oggi celebriamo: l’uomo che più di tutti ha saputo tenere insieme tenerezza e verità, luce e notte, Natale e Pasqua. Giovanni corre al sepolcro.
Lui è quello che il vangelo definisce “quello che Gesù amava”, non perché Gesù amasse meno gli altri, ma perché Giovanni ha forse saputo lasciarsi amare di più. Il Natale ci ricorda proprio questo: Dio si fa Bambino per essere accolto, non per essere incasellato in una formula. E Giovanni è il discepolo che accoglie, che si lascia raggiungere, che si abbandona all’amore prima ancora di capirlo. Arrivato alla tomba, Giovanni si ferma. Non entra. Aspetta Pietro. È un gesto che dice più di mille discorsi: l’amore non è impazienza, non è protagonismo, è rispetto, è comunione.
Giovanni sa correre più veloce, ma sa anche fare un passo indietro. Nel suo Natale personale, perché ogni incontro con Cristo è un Natale, Giovanni impara che la vera forza non è l’avere ragione, ma l’essere custodi gli uni degli altri. E quando finalmente entra, “vide e credette”. Non vide prove schiaccianti, vide segni. E gli bastarono. Questo è il cuore della fede: lasciarsi convincere non da ciò che appare evidente, ma da ciò che parla in profondità. La mangiatoia e il sepolcro hanno qualcosa in comune: entrambi sono luoghi in cui Dio sembra assente, eppure in entrambi accade il miracolo.
L’Incarnazione e la Risurrezione sono lo stesso linguaggio di Dio: dire al mondo che l’amore non muore mai. Nella festa di Giovanni, il Vangelo ci consegna la sua eredità: imparare a correre quando l’amore chiama, a fermarsi quando l’umiltà lo chiede, a credere quando tutto sembra finito. Il Natale accende la luce e Giovanni ci insegna a seguirla. E forse è questo il dono più grande: diventare anche noi discepoli che, come lui, vivono con l’orecchio appoggiato al petto di Cristo, per sentire battere la vita anche nei luoghi che sembrano vuoti.





