Erano le ore piccole di mercoledì 1° aprile quando una motovedetta della Guardia costiera italiana si è avvicinata a un gommone in avaria nel Canale di Sicilia. L'imbarcazione si trovava a circa 85 miglia nautiche, quasi 160 chilometri, dall'isola di Lampedusa, in quella zona di mare che sulla carta spetterebbe alla cosiddetta Guardia costiera libica. Roberto D'Arrigo, portavoce della Guardia costiera italiana, ha spiegato che le condizioni meteorologiche erano estreme: onde alte sei-sette metri, vento forte. «Eravamo gli unici in grado di intervenire, non c'erano altre navi né squadre di soccorso in zona», ha dichiarato D'Arrigo. Un'affermazione che dice già tutto sulla solitudine di chi muore in quel tratto di mare.

A bordo, i soccorritori hanno trovato persone vive e persone morte. Tutte sono state imbarcate e portate al molo Favaloro di Lampedusa, dove sono arrivate poco dopo le 13. Il bilancio definitivo: 19 morti, 58 sopravvissuti, alcuni dei quali in gravi condizioni per ipotermia e intossicazione da idrocarburi, l'inalazione dei fumi del carburante, uno dei rischi più subdoli di questi viaggi. Cinque di loro e due bambini sono stati ricoverati al poliambulatorio dell'isola. Gli altri, all'hotspot, il centro di prima accoglienza.

Tra i sopravvissuti ci sono sedici donne e sette minori. Vengono da Sudan, Sierra Leone, Gambia, Nigeria, Ghana ed Etiopia. Erano partiti giovedì scorso dalla Libia, ha riferito Francesca Saccomandi, responsabile di Mediterranean Hope sull'isola, il programma per migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Cinque giorni in mare, in condizioni che non è difficile immaginare.

Lo stesso giorno, un altro naufragio

Il 1° aprile 2026 non ha portato solo questa tragedia. Nello stesso giorno, altre 18 persone sono morte nel naufragio di un gommone al largo di Bodrum, nel sudovest della Turchia, nel Mar Egeo. Trentasette morti in un solo giorno, su due mari diversi. Notizie che rischiano di scomparire tra le pieghe della cronaca, consumate in pochi paragrafi, e poi dimenticate.

Eppure non sono numeri. Sono vite. Sono storie che hanno avuto un inizio — una casa, una famiglia, un motivo per partire — e che si sono interrotte su un gommone di gomma, nel buio, in mezzo alle onde.

The approximately 400 migrants who were on the rescue fishing boat off the island arrived aboard patrol boats and boats of the Capitaneria di Porto (Harbor Master's Office) in the port of Lampedusa, Italy, 28 August 2021. ANSA / CONCETTA RIZZO
The approximately 400 migrants who were on the rescue fishing boat off the island arrived aboard patrol boats and boats of the Capitaneria di Porto (Harbor Master's Office) in the port of Lampedusa, Italy, 28 August 2021. ANSA / CONCETTA RIZZO
Circa 400 migranti che si trovavano a bordo del peschereccio di soccorso al largo dell'isola sono arrivati ​​a bordo di motovedette e imbarcazioni della Capitaneria di Porto nel porto di Lampedusa (ANSA)

Come si è arrivati a questo punto: la rotta della disperazione

Per capire come si arriva a morire di ipotermia su un gommone nel Mediterraneo bisogna partire da lontano, geograficamente e temporalmente. La Libia, il paese da cui queste persone sono salpate, è dal 2011 un paese in guerra con se stesso. Dal crollo del regime di Gheddafi, non esiste un governo unitario capace di controllare il territorio: a ovest la fazione di Tripoli, a est quella di Bengasi, in mezzo milizie armate, trafficanti, gruppi criminali. Per chi arriva dall'Africa subsahariana in fuga da guerra o povertà, questo caos ha un prezzo altissimo.

Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nel febbraio 2026, frutto di quasi cento interviste a migranti di sedici paesi diversi, descrive ciò che accade in Libia come un modello d'affari basato sullo sfruttamento sistematico: detenzione arbitraria, torture, lavoro forzato, violenza sessuale, estorsioni. «Non ci sono parole per descrivere questo incubo senza fine», ha dichiarato Volker Türk, Alto Commissario dell'ONU per i diritti umani. Eppure chi riesce a sopravvivere alle strutture di detenzione libiche, chi non viene intercettato in mare e riportato indietro, chi ha i soldi per pagare i trafficanti e salire su un gommone, quella persona sceglie comunque di partire. Perché tornare indietro, o restare, è ancora peggio.

Una rotta sempre più mortale

I dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) restituiscono una fotografia impietosa. Nel 2025, almeno 7.667 persone sono morte o disperse sulle rotte migratorie mondiali: circa 21 al giorno. Nel Mediterraneo, la cifra è stata di almeno 2.185. Il Mediterraneo centrale, la rotta che collega le coste nordafricane all'Italia, è classificata come la rotta migratoria più letale del mondo.

E il 2026 è cominciato peggio. Nei soli mesi di gennaio e febbraio, l'OIM ha registrato nel Mediterraneo almeno 655 morti: più del doppio rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (287). Un dato paradossale, perché nello stesso arco di tempo gli attraversamenti irregolari sono calati del 52 per cento. Meno persone partono, ma muoiono di più. Come è possibile?

La risposta è nelle politiche di controllo. Gli accordi tra l'Unione Europea, l'Italia e i paesi nordafricani, in particolare Tunisia e Libia, hanno reso più difficile partire dai punti di imbarco tradizionali. I trafficanti si sono adattati: salpano da luoghi più remoti, più difficili da sorvegliare. Le traversate diventano più lunghe, più esposte al vento e alle correnti. Le probabilità di essere avvistati in caso di emergenza si riducono. Il rischio aumenta. «Più diciamo di voler proteggere le frontiere per ragioni umanitarie, più aumentiamo il pericolo», ha osservato un esperto che vuole restare anonimo intervistato da InfoMigrants. "È un loop senza fine."

Il soccorso del 1° aprile è avvenuto nella zona SAR, Search and Rescue, di competenza libica. In teoria, sarebbe dovuta intervenire la Guardia costiera libica. In pratica, ha spiegato il portavoce D'Arrigo, non era presente nessun'altra nave.

La Guardia costiera libica è finanziata e addestrata dall'Unione Europea e dall'Italia nell'ambito di accordi di cooperazione sulla gestione dei flussi migratori. Ma le organizzazioni per i diritti umani e le agenzie ONU documentano da anni una realtà ben diversa: almeno 60 incidenti violenti in mare tra il 2016 e il settembre 2025, secondo la ONG Sea-Watch. Spari contro le imbarcazioni, manovre pericolose, abbandono di persone in mare, ostruzione alle operazioni di soccorso. Oltre 25.000 migranti intercettati e riportati in Libia nel solo 2025, dove li attendono campi di detenzione in cui, secondo Human Rights Watch, si praticano "torture, lavoro forzato, violenza sessuale e sparizioni forzate".

A novembre 2025, tredici organizzazioni europee di soccorso in mare, tra cui Sea-Watch, SOS Méditerranée e SOS Humanity, hanno formato la "Justice Fleet" e sospeso la cooperazione con il Centro libico di coordinamento dei soccorsi, in aperta protesta contro anni di violazioni. "Ci è stato chiesto di legittimare un sistema costruito sulla crudeltà", ha dichiarato un soccorritore. "Noi rifiutiamo."

Nel frattempo, il Mediterraneo continua a fare il suo lavoro silenzioso. Il 1° aprile 2026, diciannove famiglie hanno perso qualcuno. Sedici donne e sette bambini hanno visto cose che non si dovrebbe mai vedere. E il portavoce della Guardia costiera italiana ha detto che erano gli unici in grado di intervenire. Questo dovrebbe bastare a farci sentire tutti un po' meno assolti.