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Gv 8,12-20 - Lunedì della V Settimana di Quaresima
La famosa pagina del Vangelo di Giovanni, narrata nel brano di oggi, ci racconta l’episodio della donna sorpresa in adulterio. La situazione è chiara e drammatica: la legge di Mosè prevede la lapidazione. Quella donna, secondo la legge, deve morire. La domanda che viene posta a Gesù è una trappola. Se dicesse di non ucciderla, sembrerebbe smentire la legge e banalizzare il valore della fedeltà. Se invece approvasse la lapidazione, contraddirebbe tutta la sua predicazione sulla misericordia. È un vicolo apparentemente senza uscita.
Eppure Gesù non cade nella trappola. Non nega la legge, ma la porta alla sua verità più profonda. Invita coloro che hanno in mano le pietre a guardarsi dentro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Non sposta l’attenzione dalla donna alla norma, ma dalla norma al cuore dell’uomo. Accade così qualcosa di decisivo: uno dopo l’altro, tutti se ne vanno. Non perché il peccato non esista, ma perché nessuno può ergersi a giudice assoluto dimenticando la propria fragilità. Gesù salva la donna senza negare la verità. Infatti le dice: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Qui si tiene insieme ciò che spesso noi separiamo: la giustizia e la misericordia. Non si tratta di annullare la legge, ma di viverla alla luce della compassione.
La verità senza misericordia diventa condanna; la misericordia senza verità diventa superficialità. In Gesù, invece, entrambe trovano compimento. Questo episodio ci mette davanti a una domanda molto concreta: quando ci troviamo di fronte alla fragilità degli altri, usiamo la legge per condannare o per comprendere? Siamo più pronti a scagliare pietre o a riconoscere che anche noi abbiamo bisogno di misericordia? La vera conversione, allora, non è smettere di vedere il male, ma smettere di usarlo contro gli altri senza aver prima guardato dentro di noi. È lì che il Vangelo comincia a cambiare il nostro modo di stare davanti agli altri.





