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Mc 2,18-22 - Lunedì della II Settimana del Tempo Ordinario
La disputa sul digiuno dall’opportunità a Gesù di poter mettere a nudo una pratica pericolosa che accade lì dove noi pensiamo di vivere un’esperienza di fede. Infatti potremmo fare e compiere alcuni gesti pensando che attraverso quei gesti e quel fare noi siamo in relazione con Dio, mentre sono solo tecniche fine a se stesse.
Egli sposta la questione su un altro livello, e dice che tutte le cose lodevoli della tradizione hanno senso solo in rapporto a una relazione viva con Dio, e quindi in ultima analisi con lui che è “lo sposo” di cui parla. Gesù non nega il valore delle tradizioni, ma ricorda una cosa decisiva: la fede non nasce per proteggere le forme, nasce per custodire la vita. Se lo sposo è presente, non è tempo di lutto. Se Dio è vicino, la vita cambia tono, cambia colore, cambia ritmo. Non si può continuare a vivere come prima fingendo che nulla sia accaduto. Il vino nuovo è l’esperienza viva di Dio che entra nella storia di una persona: una relazione che consola, inquieta, sposta, mette in movimento.
Ma questa esperienza non può essere rinchiusa nelle stesse strutture interiori di prima. Le “otri vecchie” sono le nostre rigidità, le nostre paure, il bisogno di controllare tutto, anche Dio. Sono le immagini di noi stessi che non vogliamo lasciare, i ruoli che ci danno sicurezza ma non ci fanno crescere. Gesù dice, in fondo: se vuoi accogliere qualcosa di nuovo, devi accettare di diventare nuovo.
Non si tratta di aggiungere Dio alla propria vita così com’è, ma di lasciare che la propria vita venga lentamente trasformata da Lui. Questo è ciò che spaventa: non perdere qualcosa, ma cambiare. Allora il problema non è fare o non fare un digiuno, ma domandarsi se quello che facciamo è in rapporto a una Presenza di cui siamo certi, o è solo la gestione delle nostre paure attraverso delle pratiche religiose?




