Mc 3,1-6 - Sant’Agnese, Vergine e Martire – Memoria

C’è un uomo con la mano paralizzata. È lì, in mezzo. Non parla, non chiede nulla, non protesta. È solo presente, con il suo limite visibile, con la sua fragilità esposta. E attorno a lui ci sono altri uomini che guardano, non per prendersi cura, ma per controllare. Vogliono vedere se Gesù sbaglierà, se infrangerà la regola, se si comprometterà. Il cuore della scena non è la guarigione, ma lo scontro tra due sguardi: uno che vede un problema da gestire, l’altro che vede una persona da salvare.

Il sabato diventa il campo di battaglia di questa lotta di prospettiva. Gesù chiama l’uomo al centro, lo rende visibile, lo sottrae all’invisibilità in cui spesso vengono tenuti i fragili. E poi fa una domanda che smaschera tutti: «È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?». La vera alternativa non è tra regola e trasgressione, ma tra responsabilità e indifferenza. Il silenzio dei presenti è pesante. Non rispondono perché la risposta li obbligherebbe a cambiare. Perché dire “fare il bene” significa accettare che non sempre il bene coincide con ciò che è comodo, previsto, regolato.

A volte il bene disturba, rompe l’equilibrio, crea problemi. Gesù si rattrista e si indigna. Non per la malattia dell’uomo, ma per la durezza dei cuori. Una mano paralizzata può essere guarita. Un cuore paralizzato è molto più difficile da muovere. Eppure Gesù non si ferma. Guarisce comunque. Sceglie la vita, anche se questo lo espone al rifiuto, al complotto, alla croce.Seguire Cristo significa accettare che il bene non è sempre neutro, che la giustizia non è sempre tranquilla, che la fedeltà a Dio può renderci scomodi. Ma significa anche scoprire che ogni volta che scegliamo la vita qualcuno torna a vivere davvero. E i primi siamo stati noi perché se Gesù non avesse usato eccezioni nessuno di noi si sarebbe mai salvato.