La pace inizia nel quotidiano, nei pensieri, nelle parole, nei gesti di tutti i giorni, nel non dimenticare, nel preservare, nel saper ringraziare e riparare. È logos del quotidiano.

La pace si coltiva a partire dalle relazioni, nel non chiudersi in assolutismi (in false interpretazioni), vendicatività, rancori, maldicenze, e raggiunge le istituzioni, la politica, il mondo.

Di fronte a dissensi è buona cosa ritrovare la riconciliazione autentica, riconoscere e riparare l’errore, le mancanze, saper oltrepassare, per un Koinos Logos, discorso che accomuna, per una concordia, non personale, ma più grande.

Per questo la pace è un processo, un percorso, un continuo formarsi e riformare. La radice biblica del vocabolo suppone infatti “compimento”, comprende non solo l’assenza della guerra, ma anche benessere, prosperità, giustizia, gioia, pienezza di vita. Così Spinoza (1632-1677) affermava, giustamente, che la pace non è soltanto assenza di guerra, è una virtù, uno stato d’animo che dispone alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. Nella Nuova Gerusalemme (Ap. 21,1) Terra e Cielo si uniranno in armonia, persino gli animali tra loro ostili si riappacificheranno, lupo con agnello, leopardo con capretto, il bambino e la vipera (Is. 11,6-8).

La Nuova Gerusalemme, ospiterà tutte le nazioni della Terra, che giunte alla Città Santa “forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci e un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is. 2-4).

Ricordiamo che “guerra” è parola attestata in italiano a partire dal XII sec., sulla base dell’antica voce germanica “Werra” che in origine indicava semplicemente “lite”.

Così la Pace che auspichiamo non è fatta di interessi economici o finanziari, dove la Pace di alcuni corrisponde alla guerra di altri. Cerca, soprattutto, di annullare l’inimicizia e riconciliare. Anche san Francesco (quest’anno ricorrono gli 800 anni della morte) pone questo auspicio al centro della sua Vita Santa. Ricordiamo il contrasto tra il vescovo di Assisi ed il Podestà (1225) e nessuno che ristabilisse la Pace e la concordia. Francesco dice ai suoi compagni: «Grande vergogna per noi che serviamo Dio che il vescovo ed il podestà si odino talmente l’un l’altro e nessuno si prenda pena di rimetterli in pace e nella concordia». Compose allora questa strofa da aggiungere alle Laudi: «Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio. Non si può sapere quanta pazienza e umiltà abbia in sé il servo di Dio finché gli si dà soddisfazione. Quando invece non gli verrà data soddisfazione, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta esattamente ne ha e non più». (Ammonizione XII).

Così chi sono veramente gli operatori di pace?

La VII Beatitudine è la più attiva, operativa: l’espressione verbale è analoga a quella usata nel primo versetto della Bibbia per la Creazione e indica iniziativa e laboriosità (Mt 5,1-12). Nella pace si colloca la crescita umana integrale, la dignità della persona, la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sicurezza alimentare, di salute, lavorativa, delle città, di un Paese.

Il processo di costruzione della pace ha bisogno di strategie, di impegni formali, ma soprattutto di cuori pulsanti, prevede il fermo rifiuto della pena di morte, l’auto limitazione degli arsenali, della minaccia delle armi nucleari.

La guerra è ripudiata dall’articolo 2 (paragrafi 3, 4) della Carta delle Nazioni Unite e in Italia dall’Art. 11 della Costituzione che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa… assicura la Pace e la giustizia per le Nazioni e favorisce le organizzazioni internazionali a tale scopo».

Purtroppo ad oggi sono più di 70 gli stati coinvolti in guerre.

Un grande uomo internazionalista, padre della solidarietà fra le Nazioni, Giuseppe Mazzini, nello statuto della Giovane Europa (1834) parla di Umanitarismo, considerando come fine della politica internazionale e dell’Europa, non gli interessi economici, gli affari, la potenza, ma una umanità più realizzata, in un patto comune (Art.19).

Così il Logos deve farsi Koinos. Agli uomini spetta fare del loro Logos, carne viva della comunità: la parola umana, infatti, consente di incontrare pluralità e plasmare città e civiltà.

Così, “ciò che sta tra noi” (in relazione) non è accidentale, perché in realtà è vitale, non è divisivo persino quando è conflittuale, non è artificiale perché dato e non costruito, non è neutro, bensì è il bene più grande di ciascuno. Per questo è necessario il continuo lavoro della costruzione della convivenza. Occorre “disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra! C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità. Mentre la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti, la diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Le religioni, inoltre, possono riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace. Tutto questo richiede impegno, lavoro, silenzio, parole” (papa Francesco, lettera Corriere della Sera del 14/03/2025, contenuti ripresi da papa Leone IV 05/2025, Prolusione inizio pontificato e in Enciclica Magnifica Humanitas 2026).

Le parole sono essenziali nel creare relazioni gentili e umane o gelide e ostili. Oggi, sempre più le parole sono portatrici di aggressività e impulso, sradicano le fondazioni etiche delle relazioni, dilagando in aree sempre più vaste della vita, da quelle quotidiane a quelle della vita politica, facendo ferite che continuano a sanguinare. La gentilezza e la mitezza di contro, sono forme di vita antitetiche a quelle divorate dall’insofferenza e dal contrasto e dovrebbero essere insegnate nelle scuole primarie e secondarie, nobilitando, di fatto la condizione umana.

Bisogna operare per la guarigione della parola, per la sua umanizzazione, dalla parola ingannevole, falsa o impulsiva, violenta, alla “parola vera”, responsabile e sensibile, per vivere bene insieme, avere un’intesa, una visione, parlarsi per fare la pace, attuare la speranza.

La pace è anche “speranza attiva”, come la visione e la promessa è prospettica, passione per l’ulteriore, ma anche per l’alternativa. Non si lascia vincere dalle difficoltà, è capace di trovare soluzioni alternative di salvezza, non è impaziente, non spende male il tempo, non liquida con frettolosità la partita, ma sa trovare altre possibilità operanti per il bene comune. È risposta perseverante, di riconciliazione e Concordia. Vorrei concludere con il santo di Assisi, nell’ottica della “Perfetta Letizia”: avere la pace nei propri cuori, essere disponibili al dialogo nella verità, nel rispetto, nella mutua comprensione, parlare soprattutto con la testimonianza della propria vita, comunicare con il proprio silenzio, con gli ardori del cuore, con lo zelo della fede, con la pazienza attiva, con il distacco dalle cose e persino da tanti aspetti della propria cultura, con l’Agape. Dando così credibilità alla pace.

Conosciamo lo zelo apostolico e missionario di Francesco, come pure le sue prime esperienze missionarie che si pongono, negli anni caldi delle crociate a motivo del riscatto del Santo Sepolcro in Oriente e nell’ottica del Vangelo. Il Poverello nel 1219 volle partire per l’Egitto dove era in corso la quinta crociata indetta dal concilio Lateranense IV (1215), in compagnia di Fra Illuminato. Francesco si recò con zelo e fiducia dal sultano al-Malik al-Kamil (1180-1238) e si conquistò la sua amicizia. Del sultano Malik è stata ormai chiarita la figura: era realmente un uomo giusto e pio e non il ferocissimo sultano rappresentato in alcuni documenti cristiani che volevano evidenziare il carattere violento dell’Islam. Il sultano fu ammirato dal fervore e dal coraggio di Francesco, fino a concepire verso di lui una devozione ancora maggiore.

Francesco era convinto dell’esistenza di un’altra via che si ponesse come alternativa alle crociate e alle dispute.

«I frati possono vivere il Santo Vangelo anche tra i musulmani, senza rinnegare la propria fede, bensì testimoniandola. Non si tratta di rinunciare all’annuncio, ma di mostrarlo attraverso la propria testimonianza di vita». (E. Scognamiglio, Francesco e il Sultano, EMP, Padova, p.67).

Così il Santo sentì il bisogno di stare in pace con tutti gli uomini e di contribuire con la sua testimonianza di vita alla costruzione di una fraternità universale.

La pace quindi è Logos quotidiano, Logos Koinos, Logos che accomuna, è Testimonianza, dal greco màrtys, “testimone”, è fedeltà, verità, perseveranza fino alla fine (martire) e in latino testis, “testimone”, che dà prova credibile, prova veritiera di Pace.

Così la pace è pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo per pezzo, custodendo l’umano e il bene comune” (Leone XIV, Magnifica Humanitas, LEV p.180).


Beatrice Balsamo, Filosofa della Persona, Psicoanalista, specializzata in Etica, Comunicazione e Cinema. Collabora con l’Università di Bologna, Parma, Ferrara per l’insegnamento di Scienze Umane e Filosofia della Persona. È Presidente di APUN (APS) – Associazione Psicologia Umanistica e delle Narrazioni. Filosofia Arte Scienze Umane. Ideatrice del CINECare – Cinema per pensare, a sostegno dei più fragili, è Direttore scientifico dell’Evento internazionale MENS-A/ Pensiero e Dialogo, che si svolge nell’intera Regione Emilia-Romagna. Nel 2023 è stata conferita alla Prof.ssa dal Presidente della Repubblica, l’onorificenza di Cavaliere dell’ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” per le tante iniziative culturali e sociali innovative e attenzione agli altri. Tra le sue numerose pubblicazioni: Amore sussurro di una brezza leggera (Effatà, 2013), Elogio della dolcezza ( Mimesis, 2017) e, con Mursia, Nella Bellezza. Quando la parola manca (2020). Saggezza gentile. In una scia di parole (2023). Visione Speranza Promessa (Ladolfi Ed. 2026)