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Giovedi 6 agosto. Non è ancora mezzogiorno. Decidiamo, don Adriano e io, di andare a fare visita ai nostri amici agricoltori di Villa Literno, nel Casertano. Arriviamo in campagna. Il sole picchia forte. I campi sono zeppi di polvere e di tonnellate di pomodori. Dall’Africa sono arrivati, come ogni anno, gli operai stagionali per la raccolta. Il male – ripetiamolo sempre - va denunciato a voce alta, non farlo vuol dire rendersi complici.
Occorre essere sempre dalla parte della verità, dei più deboli, degli sfruttati, dei sottopagati, di chi non ha voce. Il lavoro è duro, si suda, ci si stanca. La polvere si attacca alla pelle, offusca la vista, invade la gola. Una corsa contro il tempo: un temporale, un incidente sul lavoro porterebbero danni non indifferenti. Decine di tir partono, ogni giorno, per le regioni del centro e del nord. I primi a rimboccarsi le maniche sono i proprietari. Non comandano, lavorano. O, meglio, dirigono lavorando per primi. Con essi, si danno da fare i fratelli venuti dal Mali, regolarmente assunti e retribuiti. Ecco, alla stregua del male che va denunciato, occorre dare risalto alle persone oneste. Montiamo anche noi sui mastodontici trattori. Ci immergiamo nella polvere, respirando il profumo dei pomodori.


Enormi cassoni, uno dopo l’altro, si riempiono velocemente. La terra. Dio ce la donò perché “la coltivassimo e la custodissimo”. Non sempre è successo, non sempre succede. Il disastro ambientale, e sanitario che ne consegue, affonda le radici nell’ingordigia di chi per arricchire sé stesso umilia e avvelena la terra, l’acqua, l’aria. La terra avvelenata, poi, non può non avvelenare gli uomini. Al contrario, la terra amata e rispettata si fa amica nostra. Guardo i fratelli africani, penso alle loro famiglie lontane, al desiderio di rimanere nella loro patria. Penso ai sogni che, come tutti noi, portano nel cuore. Sono contento di vederli contenti, so bene che sono benvoluti e rispettati. Non fosse per il colore della pelle, farei fatica a distinguere il padrone dal bracciante.
Il pensiero corre poi alle migliaia di famiglie sulle cui tavole arriveranno questi prodotti intrisi di sudore nostrano e straniero. Alle pizzerie. Ai ristoranti. Alle mamme intente a preparare il ragù. Una catena. Una meravigliosa catena, dove ognuno fa la sua parte. Una catena che s’ inceppa nel momento in cui fanno capolino i furbi. All’origine del blocco c’è sempre il peccato sotto le più svariate forme: l’ingordigia, la bramosia, la mancanza di rispetto per la dignità altrui. Tutto ciò che pretendo in più per me e non mi spetta lo sto rubando a te. Ed ecco che il lavoro, benedetto da Dio, si trasforma in un inferno. La persona umana si riduce solo a braccia da sfruttare. Un limone da spremere fino in fondo. Il tempo passa, il sole si è fatto più cocente, tra poco si dovrà sospendere il lavoro per il giusto refrigerio. Non bisogna mai tirare la corda. Occorre fermarsi, mangiare, bere, ripararsi all’ombra, rinfrescarsi, riprendere le forze. Le regole vanno rispettate. La vita innanzitutto. I motori delle potenti macchine vengono spenti. Rimaniamo a parlare ancora un poco. Qualche battuta, qualche risata, qualche foto, qualche domanda ai fratelli africani. Poi una preghiera al Creatore del cielo e della terra. Guardo il mio confratello.
“Unicuique suum”, gli dico, sorridendo. Ognuno deve dare il proprio contributo. Noi lavoriamo in un modo, loro in un altro. A nessuno è dato di vivere sfruttando le fatiche altrui. Il pane impastato col sudore dei poveri è pane che non sazia, pane velenoso, pane avvelenato. Grazie, Signore, per il dono di sorella terra. Grazie per gli agricoltori onesti che danno da vivere a decine di famiglie italiane e straniere. E grazie per questi fratelli che vengono da lontano e tengono in vita i nostri fertili terreni. Senza di loro, quest’immensa distesa di colore rosso acceso, presto si trasformerebbe in un ammasso di sterpaglie morte. Maurizio Patriciello.









