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C'è un'ora, nelle notti di luglio e agosto (ma quest’anno anche maggio e giugno), in cui il caldo nelle carceri italiane smette di essere una condizione e diventa un corpo estraneo che occupa lo spazio insieme a te. Sale dal cemento dei cortili, si deposita sulle reti dei letti a castello, si respira insieme al fiato di chi dorme a un metro di distanza, dietro finestre schermate da grate che non lasciano passare un filo d'aria.
Fuori, la stessa ondata di calore che uccide nei campi, nei cantieri, nelle case senza refrigerio dei più fragili, si è insinuata anche dietro le sbarre. Ma lì non trova via d'uscita. Il carcere è forse l'unico luogo in cui non ci si può nemmeno illudere di sfuggire al caldo. Ed è in questa reclusione doppia, del corpo e dell'aria, che si consuma oggi una delle più gravi crisi umanitarie del Paese: silenziosa perché confinata, feroce perché quasi sempre ignorata.


A fotografarla è il rapporto di metà anno 2026 dell'Associazione Antigone, presentato nei giorni scorsi, un appuntamento che ogni dodici mesi restituisce, con la freddezza necessaria dei numeri e lo sguardo di chi le celle le ha viste da dentro, lo stato di salute — anzi, di malattia — del sistema penitenziario italiano. E i numeri, quest'anno, fanno tremare i polsi.
Il sovraffollamento che non si vedeva dal 2013
Al 28 luglio 2026 le persone detenute nelle carceri italiane erano 64.741, a fronte di soli 46.343 posti realmente disponibili, la capienza dichiarata, al netto delle migliaia di posti inagibili che l'amministrazione continua a conteggiare sulla carta. Il tasso di affollamento reale sale così al 139,7%: una soglia che l'Italia non toccava dal 2013, l'anno della sentenza Torreggiani, quando la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo condannò il nostro Paese per trattamenti inumani e degradanti. Dodici anni dopo, la ferita si riapre, più profonda.


La geografia della sofferenza ha nomi precisi. In Puglia il tasso sfiora il 180%, in Molise il 166%, in Basilicata il 162%, in Lombardia il 158%. In sei istituti i detenuti sono più del doppio dei posti letto: a Lucca il 257%, a Milano San Vittore il 224%, a Latina il 221%. Sono numeri che descrivono celle dove, nel 44% degli istituti visitati da Antigone nell'ultimo anno, lo spazio calpestabile scende sotto i tre metri quadrati a persona, la soglia minima fissata dalla giurisprudenza europea per non parlare di tortura. A Brescia Canton Mombello si dorme in dodici con un solo bagno. A Monza si cucina nei corridoi, dove vengono sistemate le brande in eccedenza. Non sono eccezioni: sono la norma di un sistema che ha smesso di contenere e ha cominciato semplicemente ad accatastare.
Lo confermano i reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza per condizioni inumane o degradanti: 6.539 nel 2025, il 12% in più dell'anno precedente. Ogni ordinanza è un tribunale che certifica, caso per caso, ciò che i numeri aggregati già raccontano.
Il caldo che raddoppia la pena
Se il sovraffollamento è la condizione strutturale, l'estate ne è il moltiplicatore. Nel reparto femminile di Rebibbia si arriva a cinque persone in celle pensate per tre. A San Vittore la morsa del caldo si accanisce sugli ultimi piani. A Sassari, nel carcere di Bancali, i detenuti hanno iniziato a stendere i materassi sul pavimento, nella speranza di un refrigerio che il cemento, riscaldato tutto il giorno, non può dare. I ventilatori mancano o sono insufficienti, a Bologna, alla Dozza, più di cento detenuti dispongono di meno di quindici euro sul conto e non possono nemmeno permetterseli. I frigoriferi, dopo una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che ne vieta la collocazione in cella, sono confinati in spazi comuni raggiungibili solo con la mediazione del personale: a Matera sono del tutto assenti, a Milano Opera ce n'è uno per un intero reparto. Bere acqua fresca, d'estate, è diventato un privilegio che si concede o si nega.
A questo si aggiunge il regime di custodia chiusa, applicato a oltre il 60% della popolazione detenuta: le quattro ore d'aria previste dalla legge cadono spesso nelle ore più roventi della giornata, e molti scelgono di rinunciarvi pur di non esporsi al sole, restando reclusi ancora più a lungo negli spazi angusti. A Padova, nel carcere che ha ispirato il fumetto "Morire in carcere" nato dalla collaborazione tra i detenuti di Ristretti Orizzonti e chi scrive, le ore più calde si traducono in una diffusa inattività fatta di corpi distesi sulle brande e di un ricorso crescente ai farmaci per reggere l'insonnia e il disagio. È lì, in quelle ore vuote e sospese, che si misura la parte di pena che la legge non ha previsto: non punire un reato, ma logorare una persona.


Un governo che inasprisce mentre il sistema collassa
Di fronte a questo quadro, l'azione dell'esecutivo, denuncia Antigone, non solo non allevia la crisi, ma la aggrava. Dal decreto Rave al decreto Caivano, dai decreti Sicurezza del 2025 e del 2026 fino all'introduzione del reato di rivolta penitenziaria, la risposta ai fenomeni sociali è stata sistematicamente quella di creare nuovi reati e inasprire le pene, riempiendo ulteriormente istituti già saturi. Il Consiglio dei ministri ha già annunciato nuove strette, comprese modifiche all'articolo 98 del codice penale che introducono, per i minori tra i 14 e i 18 anni, una presunzione di capacità di intendere e di volere: un'inversione che rischia di sostituire la funzione rieducativa della pena — sancita dalla Costituzione — con un automatismo punitivo.


Le promesse di svuotamento, intanto, restano lettera morta. La task force annunciata nel settembre 2025 per far uscire diecimila persone con pene residue sotto i ventiquattro mesi non ha prodotto quasi nessun risultato concreto, complice l'assenza di un domicilio per molti detenuti indigenti. Le misure alternative, che dovrebbero essere il vero argine al sovraffollamento, sono calate del 7% nel primo semestre 2026.
Anche la recente legge sulla detenzione domiciliare per persone con dipendenze, presentata dal ministro della Giustizia come risolutiva, si scontra con una copertura finanziaria, circa 19 milioni di euro l'anno, sufficiente per meno di 600 persone, a fronte di quasi ventimila detenuti con problemi di tossicodipendenza. Il piano di edilizia penitenziaria, varato nel 2025 per creare diecimila nuovi posti entro il 2027, ha finora prodotto un risultato opposto: i posti disponibili sono diminuiti di 424 unità.


Emblematico è il caso di Firenze Sollicciano, dove a giugno il Tribunale ha disposto il sequestro di sette sezioni per condizioni contrarie a ogni norma igienico-sanitaria, muffa, infiltrazioni, servizi igienici privi di scarico. I trasferimenti forzati di oltre duecento persone hanno scaricato l'emergenza sulle altre carceri toscane, già sature; il Provveditorato regionale ha perfino invitato, in una circolare poi in parte ritirata, a "collocare brande o materassi a terra" pur di assorbire i nuovi ingressi. Un cortocircuito che racconta, meglio di ogni analisi, l'incapacità del sistema di rispondere altrimenti che aggiungendo un corpo dove già non c'è spazio.


I corpi, le vite, i nomi dietro i numeri
Ma dietro ogni percentuale ci sono storie che il rapporto, in alcuni casi, riesce a restituire con il rispetto che meritano. C'è un uomo di 73 anni, detenuto da anni nella sezione di Alta Sicurezza di Padova, che si è tolto la vita dopo aver saputo che quella sezione sarebbe stata chiusa e lui trasferito altrove, lontano da ogni punto fermo costruito in anni di reclusione. C'è una ragazza di 21 anni, arrivata da poco a Trento dopo un trasferimento da Verona, la più giovane tra le almeno 38 persone che si sono tolte la vita in carcere nei primi sette mesi del 2026, la metà delle quali straniere, un'incidenza doppia rispetto al loro peso sulla popolazione detenuta. C'è un ragazzo di 22 anni, sottoposto da mesi a un regime di sorveglianza particolare per il ritrovamento di un telefono in cella: due ore d'aria al giorno, nessuna attività, la televisione concessa e tolta come una leva, le notti senza sonno rette solo dai farmaci, e nemmeno un ventilatore, nel caldo di agosto.
Sono storie che si intrecciano, senza volerlo, con quelle raccontate nel fumetto nato dentro il Due Palazzi di Padova insieme alla redazione di Ristretti Orizzonti: uomini che non ricordano più l'odore delle proprie figlie, che si aggrappano a una videochiamata per sopravvivere ai pensieri più bui, che imparano, se sono fortunati, a trasformare una pena in un lavoro, una domandina in un gesto di dignità residua. Il carcere, quando lo si guarda da vicino, smette di essere una categoria statistica e torna a essere ciò che è sempre stato: uno specchio, spietato, di quanto una società sia disposta a riconoscere l'umanità anche a chi ha sbagliato.
I numeri sulla salute mentale confermano questo smarrimento diffuso: il 9,3% delle persone detenute ha una diagnosi psichiatrica grave, il 20,5% fa uso di stabilizzanti dell'umore o antidepressivi, il 46% ricorre a sedativi per dormire. Gli atti di autolesionismo sono saliti a 26,5 ogni cento detenuti, contro i 22,3 dell'anno precedente, più di uno su quattro. A fronteggiare questo disagio ci sono, ogni cento detenuti, appena 6,5 ore settimanali di presenza psichiatrica e 16,6 di presenza psicologica: entrambe in calo rispetto all'anno scorso. Manca inoltre il 15,4% della polizia penitenziaria prevista in organico, con un rapporto medio di due detenuti per agente, contro l'1,5 previsto dagli standard.


Una pena che si riproduce
C'è, infine, un dato che racconta il fallimento di lungo periodo di questo modello: il 59,2% delle persone oggi recluse non è alla prima esperienza di carcerazione. È la prova provata che, senza reinserimento, la detenzione non interrompe il ciclo del reato ma lo alimenta, restituendo alla società la stessa fragilità con cui l'aveva accolta, spesso aggravata. Investire in misure alternative, percorsi educativi, lavoro e salute mentale costerebbe, letteralmente, meno, e produrrebbe più sicurezza di quanta un carcere sempre più simile a un deposito di corpi possa mai garantire.
Restano, alla fine di questa estate, i numeri: 64.741 persone, 46.343 posti, 38 vite spezzate, migliaia di reclami accolti da una magistratura che continua a certificare l'incostituzionalità di un sistema che la politica si ostina a non voler vedere. E resta il caldo, che di notte continua a scendere sulle celle sovraffollate come un giudizio che nessuno, per ora, ha il coraggio di ascoltare fino in fondo.



















