Davanti all’unico pozzo detto “di Giacobbe”, il patriarca biblico, incastonato nella valle che corre tra l’Ebal e il Garizim, i due monti della Samaria, la regione centrale della Terrasanta, sono seduti un uomo e una donna in dialogo, lui un ebreo, lei un’abitante del vicino villaggio di Sicar. Stanno parlando tra loro, superando l’ostilità atavica che opponeva il popolo ebraico alla comunità locale dei Samaritani, considerata eterodossa da Israele perché legata a un culto che non aveva come centro il tempio di Gerusalemme, ma proprio uno di questi due monti, il Garizim.

Quaerens me sedisti lassus, «ti sei seduto, stanco, per cercarmi», canterà il celebre inno Dies irae, rievocando proprio quell’incontro narrato dal capitolo 4 del Vangelo di Giovanni. Il dialogo è ampio e stringente e non può essere riassunto in poche battute perché spazia da temi teologici, espressi però in modo limpido e incisivo da parte di Gesù, fino a questioni personali come la vita sentimentale piuttosto movimentata di quella donna («Hai detto bene: Non ho marito! Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito»).

Il dialogo di Cristo prende spunto proprio dall’acqua di quel pozzo e dalla sete che egli sta provando, ma si allarga in un discorso profondo e talora fin emozionante. Citiamo solo due spunti tra i tanti. La sete: «Chiunque beve di quest’acqua, avrà di nuovo sete. Ma chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete. Anzi, l’acqua che io gli darò diverrà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna». Il tempio: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre […]. Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità […]. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».

Solo un breve commento al secondo tema. Gesù non propone un culto intimistico, un isolamento mistico senza legami con la liturgia e i santuari o impegni nella vita sociale della piazza. Le due parole “spirito” e “verità”, in greco pnéuma e alétheia, hanno nel quarto Vangelo un’accezione particolare. La “verità” è un vocabolo usato non nel senso della filosofia classica, ove indicava lo svelamento dell’essere e della sostanza della realtà, ma designa la rivelazione che Cristo è venuto a portare nel mondo. Lo “spirito” è, invece, il principio divino che crea la vita nuova del credente, come era stato annunziato da Gesù nel precedente dialogo con Nicodemo: «Se uno non nasce da acqua e Spirito non può entrare nel regno di Dio» (3,5).

Alla fine la Samaritana crede in Gesù Messia: «So che deve venire il Messia». Gesù: «Sono io, che ti parlo!». Tuttavia la donna crede perché le «ha detto tutto quello che ha fatto» nella sua travagliata vicenda matrimoniale. È una fede, certo, generosa che si manifesterà anche ai propri concittadini, ma è ancora imperfetta tant’è vero che essi le diranno: «Non è più per i tuoi discorsi che crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo».