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2J2HGD7 Prophet Ezekiel - fresco - Filippo Comerio - last years of 18th century - Arcene (Bg), Italy, church of St.Archangel Michael
Chi ti vuole bene non tace
Matteo racconta la parabola della pecora smarrita in un modo diverso da Luca. Luca parla della pecora “perduta”, immagine di chi si è lasciato travolgere dal male; Matteo, invece, usa un verbo più delicato: la pecora si è “smarrita”, ha perso l’orientamento, ha imboccato una strada che la sta portando lontano. Non è una differenza da poco. Matteo non si concentra anzitutto sulla colpa, ma sul rischio di chi si allontana. Per questo, subito dopo la parabola, Gesù parla della correzione fraterna. Tutto nasce da una convinzione che attraversa il Vangelo: il Padre non si rassegna a perdere nessuno. «Il Padre vostro che è nei cieli non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli».
È questa la luce che illumina il Vangelo di questa domenica. Viviamo in una cultura che ci spinge a pensare che ognuno debba badare soltanto a sé stesso. “La mia vita è mia”, si dice spesso, quasi che le nostre scelte non abbiano conseguenze sugli altri. Eppure nessuno è un’isola. La nostra vita è intrecciata con quella di tante persone e ciò che siamo, nel bene e nel male, lascia sempre una traccia. Una parola può incoraggiare o ferire, un gesto può aprire una strada o chiuderla, una vita vissuta con autenticità rende tutti un po’ migliori, mentre l’indifferenza e il male impoveriscono anche chi ci sta accanto.
Per questo la prima lettura presenta il profeta come una sentinella. La sentinella non è chi controlla gli altri, ma chi veglia perché nessuno corra verso il pericolo senza essere avvertito. È l’immagine di una responsabilità che nasce dall’amore. Se voglio bene a una persona, non posso restare spettatore quando vedo che sta prendendo una strada che la farà soffrire.
Gesù, però, ci mette in guardia da due errori opposti. Il primo è credere di avere sempre ragione e pensare di correggere gli altri con durezza, come se la verità potesse essere imposta. Il secondo è rifugiarsi nell’indifferenza: “Sono affari suoi”. È la domanda di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4,9). Tra questi due estremi Gesù apre una strada diversa: quella della vicinanza, del dialogo e della pazienza.
«Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e parlane con lui, da solo». Colpisce la discrezione di Gesù. Non invita a umiliare, a esporre l’altro davanti agli altri, ma a custodirne la dignità. Lo scopo non è dimostrare di avere ragione, ma salvare una relazione, “guadagnare il fratello”. Solo chi ama davvero trova il coraggio di dire una parola scomoda e, nello stesso tempo, il rispetto per attendere i tempi dell’altro.
Anche quando Gesù dice: «Sia per te come il pagano e il pubblicano», non invita a chiudere una porta. Basta ricordare come lui ha trattato i pagani e i pubblicani: li ha cercati, li ha ascoltati, si è seduto alla loro tavola. Se una persona continua a non ascoltare, non smette per questo di essere amata. Anzi, è proprio allora che ha più bisogno di incontrare qualcuno che non perda la speranza su di lei.
Il Vangelo si conclude con parole che conosciamo bene: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Non è una promessa riservata ai grandi raduni. Gesù parla di una piccola comunità, di una famiglia, di due amici che scelgono di riconciliarsi, di persone che cercano insieme il bene, che pregano con un cuore solo, che si prendono cura l’una dell’altra. È lì che lui continua a rendersi presente.
Forse questo è il volto della Chiesa che il Vangelo ci consegna: non una comunità di persone perfette, ma di uomini e donne che non si rassegnano a perdere nessuno, che sanno correggere senza umiliare, attendere senza stancarsi, amare senza mettere condizioni. Perché agli occhi di Dio nessuna vita è senza valore e nessuno è mai così lontano da non poter ritrovare la strada di casa.




